Esistono momenti della vita in cui ci sentiamo come navigatori esperti che, dopo anni trascorsi a seguire mappe affidabili e rotte prevedibili, si ritrovano improvvisamente nel mezzo di una tempesta capace di cancellare ogni punto di riferimento. Una separazione inattesa, una perdita significativa, una malattia, oppure un evento improvviso che modifica radicalmente il corso della nostra esistenza possono aprire uno spazio di esperienza in cui ciò che accade non coincide più con ciò che avevamo immaginato.
In queste situazioni emerge con forza uno dei bisogni più profondi e antichi dell’essere umano: il bisogno di controllo.
Controllare significa prevedere, comprendere, ridurre l’incertezza, costruire una mappa del mondo sufficientemente stabile da permetterci di muoverci senza sentirci costantemente esposti all’imprevisto. È una capacità evolutivamente fondamentale, che ci ha permesso di sopravvivere, organizzarci, scegliere e proteggerci.
Il problema nasce quando questa funzione, nata per orientarci nel mondo, viene applicata a ciò che per sua natura non può essere orientato.
Perché esistono eventi che non possono essere né modificati, né anticipati, né “risolti” attraverso un aumento dello sforzo mentale.
Eppure, proprio in questi momenti, la mente sembra non arrendersi.
La mente come macchina del controllo
Quando accade qualcosa di doloroso o inspiegabile, la mente attiva automaticamente una serie di processi finalizzati a ristabilire una sensazione di padronanza.
Si analizza ciò che è accaduto, si ricostruiscono gli eventi, si cercano cause, si inseguono alternative possibili, si immaginano scenari paralleli in cui una scelta diversa avrebbe potuto cambiare il finale.
È come se una parte di noi credesse che, continuando a pensare abbastanza a lungo, si possa trovare il punto esatto in cui la realtà ha “deragliato” e da lì poterla simbolicamente correggere.
Così ripercorriamo infinite volte una conversazione, un messaggio, una decisione. Trasformiamo il pensiero in una sorta di laboratorio di retro-correzione della realtà, come se il passato fosse ancora modificabile.
Ma il passato non risponde al pensiero.
Eppure la mente insiste.
Il risultato è un paradosso doloroso: più aumenta il tentativo di controllo, più cresce la percezione di impotenza.
L’illusione del controllo e la nascita della sofferenza secondaria
Molte persone arrivano in terapia convinte che il loro problema sia il dolore iniziale: la perdita, la fine di una relazione, un fallimento, un evento traumatico.
Osservando più da vicino, però, emerge spesso una dinamica diversa: il dolore originario si è intrecciato a una seconda forma di sofferenza, più sottile ma altrettanto pervasiva, generata dal tentativo incessante di controllo della realtà già accaduta.
Non si soffre solo per ciò che è successo, ma per la continua lotta interna contro il fatto che sia successo.
È una forma di resistenza psicologica permanente, una battaglia silenziosa che consuma energie senza produrre alcun cambiamento reale.
Ogni volta che la mente cerca una spiegazione definitiva, una rassicurazione totale o una certezza assoluta, sperimenta un sollievo momentaneo. Ma questo sollievo ha un costo: rafforza il bisogno di continuare a cercare.
È un meccanismo simile a quello di chi beve per placare una sete che, invece di diminuire, aumenta.
Le tentate soluzioni che mantengono il problema
Le Terapie Brevi osservano con particolare attenzione ciò che la persona fa nel presente per cercare di risolvere la propria sofferenza.
Spesso non è l’evento in sé a mantenere il problema, ma le tentate soluzioni disfunzionali che vengono messe in atto per gestirlo.
Tra queste troviamo:
- il rimuginio continuo, come tentativo di trovare una spiegazione definitiva
- la ricerca compulsiva di rassicurazioni
- il bisogno di controllare segnali, messaggi, dettagli, ricordi
- il tentativo di evitare emozioni dolorose
- la costruzione di scenari alternativi ipotetici per “riscrivere” il passato
Tutte queste strategie hanno una funzione iniziale comprensibile: ridurre il dolore, aumentare la chiarezza, ristabilire il controllo.
Il problema è che producono l’effetto opposto: mantengono attivo il sistema mentale che genera sofferenza.
È qui che il controllo si trasforma in una trappola psicologica sofisticata, perché si alimenta proprio attraverso i tentativi di soluzione.
Quando il controllo diventa una gabbia invisibile
Con il tempo, il bisogno di controllo può diventare una vera e propria modalità di funzionamento.
La persona non si limita più a controllare ciò che accade fuori, ma inizia a controllare anche ciò che accade dentro: pensieri, emozioni, reazioni, perfino la propria capacità di “stare bene”.
Si sviluppa così una forma di ipervigilanza interna, in cui ogni segnale viene analizzato, interpretato, corretto.
Ma la vita non è un sistema chiuso. È per sua natura imprevedibile, non lineare, e in parte incontrollabile.
E più si cerca di eliminare questa imprevedibilità, più si rafforza la sensazione che qualcosa possa sfuggire in qualsiasi momento.
Come chi stringe una manciata di sabbia nel tentativo di non perderla: più stringe, più la sabbia scivola via.
Il costo psicologico del controllo eccessivo
Il controllo eccessivo non produce solo fatica mentale, ma altera anche il modo in cui la persona vive il presente.
Il tempo si divide tra ciò che è già accaduto e ciò che potrebbe accadere, mentre il presente diventa uno spazio di transito, mai realmente abitato.
La mente oscilla continuamente tra:
- il rimpianto di ciò che è stato
- la preoccupazione di ciò che potrebbe essere
- il tentativo di correggere mentalmente il passato
- il bisogno di anticipare ogni possibile futuro
In questo movimento continuo, la realtà concreta perde consistenza, mentre il mondo mentale diventa sempre più dominante.
Il contributo delle Terapie Brevi: interrompere la lotta con ciò che non si può controllare
Le Terapie Brevi partono da una domanda semplice ma radicale: che cosa sta facendo oggi la persona per cercare di risolvere il problema?
E soprattutto: in che modo questi tentativi contribuiscono a mantenerlo attivo?
L’obiettivo non è eliminare il dolore in modo diretto, ma interrompere le dinamiche che lo alimentano.
Quando la persona smette progressivamente di inseguire un controllo impossibile, accade un cambiamento significativo: la sofferenza perde la sua funzione di centro assoluto dell’esperienza.
Non scompare immediatamente, ma smette di occupare ogni spazio mentale.
Si apre così la possibilità di tornare a investire energie nel presente, nelle relazioni, nelle scelte, nelle direzioni ancora aperte.
La metafora del mare e della navigazione
Chi naviga sa che non può controllare il vento. Può studiarlo, interpretarlo, adattarsi, modificare le vele, ma non può decidere la direzione in cui soffierà.
Molte persone, di fronte alle difficoltà della vita, cercano invece di fare proprio questo: controllare il vento.
Le Terapie Brevi accompagnano verso una comprensione diversa: la sofferenza non nasce dal fatto che il vento cambia, ma dal tentativo di impedirgli di cambiare.
La vera trasformazione non consiste nel diventare più forti nel controllo, ma più flessibili nella risposta.
Perché la stabilità psicologica non deriva dal dominio della realtà, ma dalla capacità di muoversi dentro una realtà che, per sua natura, resta in parte imprevedibile.
E spesso, proprio quando si smette di combattere ciò che non può essere controllato, si inizia finalmente a tornare a vivere nel presente.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Cagnoni, F. & Milanese, R. (2009). Cambiare il passato. Milano: Ponte alle Grazie.