Hikikomori: i ragazzi che non vogliono più vivere alla luce del sole - LO STUDIO DELLO PSICOLOGO

Hikikomori: i ragazzi che non vogliono più vivere alla luce del sole

Chi sono gli Hikikomori?

Il termine “Hikikomori” è usato per descrivere una sindrome sociale nata in Giappone, ma che si sta diffondendo sempre di più in anche Italia. Le persone a cui è stata data questa “etichetta”, manifestano comportamenti simili che, generalmente, includono: permanenza in ambiente domestico per lunghi periodi di tempo, mancanza di rapporti amicali, assenza di comunicazione con la famiglia, evitamento di qualsiasi forma di contatto visivo, assenza quindi di relazioni significative e/o intimità emotiva e fisica.

Sono quelle persone che hanno scelto una condizione di “reclusione” al fine di ritirarsi il più possibile dalla vita sociale, isolandosi nelle proprie case e, spesso, nelle proprie stanze da letto, dove passano la maggior parte delle loro giornate, allontanandosi dal mondo della scuola, dell’università o del lavoro.

La camera da letto diventa l’unico ambiente dove l’Hikikomori si sente al sicuro

In quella stanza leggono, disegnano, dormono, giocano con i videogiochi e navigano su Internet. Ma soprattutto evitano di esporsi al giudizio degli altri nel mondo esterno. Chi pensa che la colpa sia delle nuove tecnologie, sta prendendo un granchio. Le cause possono essere molteplici, ma ciò che fa riflettere è che il fenomeno è sorto prima dell’avvento del pc.

In questi casi, le Terapie Brevi possono essere di grande aiuto perché anche in poche sedute riescono a migliorare o risolvere del tutto una condizione così particolare, facendo tornare la persona a stare bene.

Come si riconoscono gli Hikikomori?

I primi segnali possono arrivare nella fase della pre-adolescenza fino a quella adulta. Due momenti delicati possono essere quelli dell’inizio e della fine delle scuole superiori, perché sono due momenti che mettono in discussione il ragazzo: il primo lo espone al “nuovo mondo scolastico” fatto di nuovi compagni di scuola, nuovi insegnanti e nuovo contesto; il secondo lo mette di fronte ad un punto interrogativo rispetto al futuro dopo la scuola.

Uno dei segnali da tenere sotto controllo è quello delle assenze scolastiche, che spesso si tramutano in veri e propri abbandoni.

Tra gli altri principali campanelli d’allarme ci sono:

  • l’inversione del ritmo sonno-veglia
  • l’auto-reclusione in camera da letto
  • la preferenza per le attività solitarie

Perché si diventa Hikikomori?

Posto che le cause possono essere infinite, esistono alcuni fattori “predisponenti” che possono essere collegati alla sindrome Hikikomori. Senza alcuna presunzione di instaurare un legame di causa-effetto, ci limitiamo ad evidenziare alcune caratteristiche:

  • Fattori caratteriali: gli Hikikomori, generalmente, sono ragazzi sensibili, intelligenti ed introversi. Questo temperamento potrebbe contribuire alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni sociali, così come nell’affrontare efficacemente difficoltà e problematiche della vita quotidiana.
  • Fattori familiari: avere un rapporto simbiotico e di “dipendenza” rispetto ad una o entrambe le figure genitoriali.
  • Fattori scolastici: l’ambiente scolastico può essere visto dall’Hikikomori come negativo e pericoloso. Spesso potrebbero esserci alle spalle anche storie di bullismo o violenza nel contesto scuola.
  • Fattori sociali: spesso è presente una visione del mondo pessimistica e negativa. La società viene percepita come una fonte di grande pressione sociale.

Il disagio, generalmente aumenta con l’aumentare dell’età: mentre gli Hikikomori restano chiusi in camera, i compagni si diplomano, si laureano, trovano lavoro. E il confronto con gli amici per questi ragazzi diventa sempre più pesante.

Cosa NON è l’Hikikomori

Sempre più spesso questo fenomeno viene scambiato, in maniera del tutto erronea, con altre problematiche come la dipendenza da internet, la depressione e l’ansia o la fobia sociale.

NON è dipendenza da internet perché il fenomeno si è sviluppato prima dell’esordio del computer e della tecnologia. Anzi, paradossalmente l’Hikikomori prima era ancora più isolato, perché non aveva nemmeno la tecnologia per poter interagire col mondo. Da questo punto di vista, il web potrebbe essere un fattore positivo perché potrebbe permettere a questi ragazzi di mantenere dei legami e delle relazioni, seppur virtuali.

NON è depressione: si tratta di una credenza erronea e di una grande semplificazione. Innanzitutto l’Hikikomori non è una malattia, al contrario della depressione e, in secondo luogo, è stato dimostrato che lo stato di ritiro tipico di questa sindrome si verifica anche in assenza di un disturbo preesistente.

NON è una fobia sociale, perché non è riconducibile ad un Disturbo d’ansia come, ad esempio, la fobia sociale o l’agorafobia (ovvero la paura degli spazi aperti, dei luoghi pubblici).

È possibile che dopo un periodo molto lungo in isolamento la persona abbia sviluppato una dipendenza da internet, una modificazione del tono dell’umore o possa provare ansia nell’uscire di casa.

Ma questo può portarci ad affermare che dipendenza da internet, depressione e fobie sociali siano la causa scatenante dell’Hikikomori?

La risposta è no.

Si può aiutare chi non vuole essere aiutato?

La risposta è sì.

La presa in carico terapeutica di qualcuno che decide di sparire dalla società e di rinchiudersi nella propria camera è un lavoro complesso e delicato. Non è il ragazzo che si precipita dallo psicologo. Lui è lì dentro la stanza, impegnato a trovare strategie per rendere invisibile il proprio corpo alla società.

Ovviamente se il ragazzo non esce da casa sua, sarà lo psicologo a farlo: si allontanerà dalla sua scrivania, si metterà in gioco con il suo corpo, con le sue attitudini e competenze professionali. Non da poco certamente è il vantaggio offerto dai social e dalle consulenze o terapie online. Se ti stai chiedendo se la terapia online sia efficace, puoi leggere questo articolo e farti un’idea.

Condurre il ragazzo fuori casa non è l’obiettivo principale di questo intervento domiciliare, ma in un primo momento l’obiettivo principe è quello di ottenere il permesso del ragazzo a stare insieme nella sua stanza, per entrare nel suo mondo, nel suo immaginario e nei suoi interessi carichi di significato.

3 cose da tenere a mente

È bene che, soprattutto i genitori, tengano sempre a mente questi 3 punti:

  1. Non lo sto facendo per me: quando vogliamo a tutti i costi aiutare una persona dobbiamo sempre ricordarci che lo stiamo facendo per il suo bene, non per il nostro. Quindi, forzare qualcuno a vivere la propria vita secondo le nostre aspettative, potrebbe essere un grande limite soprattutto in questa situazione. Piuttosto, aiutalo a trovare la sua strada, la vita che lui pensa possa renderlo più sereno.
  2. Posso aiutarlo…fino ad un certo punto: è doveroso aiutare qualcuno se reputiamo che sia in pericolo o che stia soffrendo, ma dobbiamo sempre ricordarci che non possiamo agire per conto di quella persona e la nostra responsabilità sulle sue scelte è sempre limitata.
  3. Devo continuare a vivere la mia vita: quando un figlio è in difficoltà, si darebbe la vita per aiutarlo. Eppure, un atteggiamento di completa dedizione rischia di provocare l’effetto opposto, anche in un Hikikomori, il quale potrebbe sentire su di sé maggiore pressione da parte dei genitori e potrebbe reagire isolandosi ancor di più.

Se ti rendi conto di aver bisogno di aiuto, rivolgiti ad un professionista. La Terapia Breve, in generale, aiuta la persona a ritrovare le sue risorse, risorse che possiede già, ma che in determinate condizioni non riesce a sfruttare ed ha l’obiettivo di eliminare quelle tentate soluzioni che non risolvono il problema, ma lo mantengono in vita.

Ricordati che puoi anche usufruire della terapia online. La terapia online è efficace quanto quella faccia a faccia, mediamente. “Mediamente” perché a volte lo è un po’ meno, ma a volte lo è un po’ di più!

 

Bibliografia

Piotti A. (2012). Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione. Franco Angeli, Milano.

Spiniello R., Piotti A., Comazzi D. (2015). Il corpo in una stanza. Adolescenti ritirati che vivono di computer. Franco Angeli, Milano.

Dr Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi

 

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