Esistono persone che continuano a vivere nel passato con la stessa intensità con cui altri vivono il presente, persone che attraversano le proprie giornate compiendo gesti apparentemente normali: preparano il caffè, rispondono ai messaggi, lavorano, sorridono nelle conversazioni, partecipano alle cene, osservano il mondo andare avanti, ma, nel frattempo, dentro di loro esiste un luogo fermo, immobile, sospeso nel tempo, un luogo emotivo in cui continuano instancabilmente a tornare ogni volta che il silenzio si fa più forte, ogni volta che una parola, un odore, una canzone o perfino una luce particolare del tramonto riaprono improvvisamente una porta interiore dietro la quale nulla è mai davvero finito, nulla è mai stato realmente lasciato andare, nulla ha smesso di reclamare attenzione, spiegazioni, risposte, e soprattutto la disperata illusione che, continuando a pensarci abbastanza, qualcosa possa ancora essere modificato, compreso, salvato.
Perché chi vive patologicamente nel passato non si limita a ricordare: continua a vivere emotivamente dentro ciò che è accaduto, come se una parte della sua mente fosse rimasta intrappolata in un tempo che il calendario ha superato ma che il cuore continua ostinatamente a considerare presente, vivo, irrisolto.
La tragedia più invisibile di chi non riesce a lasciar andare il passato è che, lentamente, senza quasi rendersene conto, il ricordo smette di essere memoria e diventa identità, smette di essere qualcosa che è accaduto e diventa qualcosa che definisce ciò che la persona sente di essere, fino al punto in cui il dolore non viene più percepito come un’esperienza attraversata, ma come una parte inevitabile della propria esistenza, quasi come se lasciarlo andare significasse perdere un legame fondamentale con se stessi, con ciò che si è amato, con ciò che si è perso, con ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
Così una relazione terminata anni prima continua a occupare ogni spazio interiore come se l’abbandono fosse avvenuto ieri, una perdita continua a generare un dolore così attuale da rendere quasi offensiva la possibilità stessa di tornare a stare bene, e un errore commesso nel passato viene rivissuto ogni giorno attraverso un dialogo mentale incessante e crudele nel quale la persona continua a processarsi, interrogarsi, condannarsi, come se la sofferenza potesse in qualche modo riscrivere retroattivamente la realtà.
Le tentate soluzioni disfunzionali che mantengono viva la sofferenza
Chi vive in questa condizione sviluppa spesso un mondo interiore densissimo, tormentato, continuamente attraversato da pensieri che ritornano in maniera ossessiva e che raramente portano sollievo, perché non sono pensieri orientati verso il futuro o verso la trasformazione, ma pensieri circolari e ripetitivi, che girano sempre attorno agli stessi nodi emotivi, alle stesse domande senza risposta, alle stesse immagini che vengono ricostruite mille volte nella mente nella speranza impossibile di trovare finalmente il dettaglio capace di dare pace.
E così la persona continua a chiedersi cosa sarebbe successo se avesse parlato diversamente, se avesse intuito prima certi segnali, se avesse lottato di più, se fosse stata abbastanza, se avrebbe potuto evitare quella perdita, quell’abbandono, quel fallimento, quell’umiliazione, entrando lentamente in un meccanismo mentale in cui il pensiero non serve più a comprendere, ma diventa un rituale doloroso attraverso cui la mente tenta disperatamente di mantenere il controllo su qualcosa che controllo non può più avere.
Le Terapie Brevi hanno compreso qualcosa di essenziale e straordinariamente potente: molto spesso le persone non soffrono soltanto per ciò che è accaduto loro, ma soprattutto per tutte le modalità con cui, nel tentativo di liberarsi da quella sofferenza, finiscono inconsapevolmente per alimentarla ogni giorno di più, trasformando il dolore in una struttura stabile, in una prigione psicologica che si autoalimenta attraverso comportamenti, pensieri e rituali apparentemente innocui ma in realtà profondamente disfunzionali.
La persona che vive nel passato tende quasi sempre a mettere in atto una serie di tentate soluzioni disfunzionali che nascono dal desiderio legittimo di stare meglio ma che producono l’effetto opposto, come accade nel rimuginio incessante, quella forma di pensiero continuo e apparentemente incontrollabile in cui la mente analizza ossessivamente ogni dettaglio del passato credendo che, insistendo abbastanza, arriverà finalmente alla comprensione definitiva capace di spegnere il dolore, senza accorgersi che proprio quell’analisi infinita mantiene il passato costantemente attivo nel presente.
Allo stesso modo, molte persone cercano continuamente rassicurazioni negli altri, raccontano più e più volte la propria storia, cercano conferme, interpretazioni, spiegazioni, oppure fanno l’opposto e iniziano a evitare tutto ciò che potrebbe riattivare il dolore: luoghi, fotografie, conversazioni, persone, senza rendersi conto che tanto il controllo quanto l’evitamento finiscono per comunicare al cervello un messaggio potentissimo: “questa ferita è ancora pericolosa, ancora aperta, ancora viva”.
Il dolore di chi resta fedele alle proprie ferite
Ed è devastante osservare come, lentamente, queste persone inizino a perdere il contatto con il presente senza nemmeno accorgersene davvero, perché ogni nuova esperienza viene inevitabilmente confrontata con ciò che è stato, ogni nuova relazione viene osservata attraverso le ferite precedenti, ogni possibilità futura viene contaminata dalla paura di rivivere lo stesso dolore, fino al punto in cui il passato smette di essere un riferimento e diventa un filtro permanente attraverso cui la realtà intera viene interpretata, deformata, temuta.
Molti iniziano perfino a sviluppare una forma di fedeltà inconsapevole alla propria sofferenza, ed è forse uno degli aspetti più struggenti di questa condizione, perché chi non riesce a lasciar andare spesso teme profondamente che smettere di soffrire significhi tradire ciò che ha vissuto, dimenticare chi ha amato, rendere insignificante la propria ferita; così continua inconsapevolmente a custodire il dolore come se fosse l’ultima prova dell’importanza di ciò che è accaduto.
Le Terapie Brevi intervengono in maniera profondamente diversa rispetto a molti approcci tradizionali, perché non si limitano a esplorare all’infinito il passato nel tentativo di comprenderlo meglio, ma cercano di individuare con estrema precisione tutto ciò che nel presente continua a mantenere vivo il problema, aiutando la persona a interrompere quei rituali mentali ed emotivi che alimentano costantemente la sofferenza.
Il terapeuta lavora non soltanto sulle emozioni, ma soprattutto sui meccanismi che le tengono imprigionate, mostrando alla persona come il bisogno compulsivo di capire, il continuo tornare ai ricordi, il cercare rassicurazioni, il controllare vecchi messaggi, il rileggere conversazioni, l’evitare certi luoghi o al contrario il ricercarli ossessivamente, non siano tentativi innocui di stare meglio, ma vere e proprie strategie involontarie di mantenimento del dolore.
Uno degli aspetti più potenti delle Terapie Brevi consiste proprio nel fatto che esse aiutano la persona a fare un’esperienza nuova rispetto al proprio problema, perché chi vive nel passato è quasi sempre convinto di non avere alcun controllo sui propri pensieri e sulle proprie emozioni, si sente trascinato da ricordi che sembrano arrivare da soli, invadere tutto, dominare ogni spazio mentale; invece, attraverso strategie mirate e profondamente trasformative, la persona inizia gradualmente a sperimentare che il rapporto con il passato può cambiare, che i ricordi possono continuare a esistere senza divorare il presente, che il dolore può smettere di essere il centro attorno a cui ruota tutta l’identità.
Guarire non significa dimenticare
Il cambiamento, quando inizia davvero, non assomiglia quasi mai a una grande esplosione emotiva o a una guarigione improvvisa e spettacolare, ma somiglia piuttosto a un lento ritorno alla vita, a un alleggerimento progressivo del dialogo interiore, a momenti sempre più frequenti in cui la persona si accorge di essere rimasta nel presente senza tornare mentalmente indietro, a giornate in cui il passato smette finalmente di occupare ogni spazio della mente, a istanti semplici ma potentissimi in cui ci si sorprende a ridere senza sentirsi in colpa, a respirare senza quel peso costante sul petto, a guardare il futuro senza percepirlo più soltanto come una minaccia o come un confronto crudele con ciò che si è perduto.
Perché la verità più difficile ma anche più liberatoria che le Terapie Brevi cercano di accompagnare la persona a vedere è che il passato non può essere cambiato, riscritto o cancellato, ma il modo in cui continuiamo a relazionarci ad esso sì, e spesso tutta la sofferenza nasce proprio dal tentativo impossibile di ottenere dal passato qualcosa che il passato non potrà più dare: una spiegazione definitiva, una restituzione, una riparazione perfetta, una seconda possibilità.
Guarire non significa negare il dolore vissuto, non significa fingere che nulla sia accaduto, non significa cancellare chi abbiamo amato o ciò che abbiamo perso, ma significa permettere finalmente alla propria vita di smettere di ruotare attorno a una ferita, significa comprendere che si può ricordare senza sanguinare continuamente, che si può amare qualcuno senza distruggersi per la sua assenza, che si può aver vissuto qualcosa di devastante senza doverne fare una condanna eterna.
E soprattutto significa smettere di chiedere al passato il permesso di tornare a vivere.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Cagnoni, F. & Milanese, R. (2009). Cambiare il passato. Milano: Ponte alle Grazie.