Alcune forme di sofferenza non gridano, non irrompono nella vita con la violenza di una crisi evidente, ma si insinuano lentamente, come una pioggia sottile che non sembra fare danni finché, un giorno, ci si accorge che tutto è fradicio e che non esiste più un luogo davvero asciutto dove ripararsi.
La solitudine emotiva è una di queste: non si vede dall’esterno, non sempre trova parole per dirsi, e spesso viene confusa con una semplice stanchezza, con un momento no, con un carattere introverso. Eppure, quando persiste nel tempo, può diventare uno dei terreni più fertili per la nascita del pensiero suicidario.
Parlarne non significa allarmare, né spingere verso l’oscurità; significa, al contrario, accendere una luce dove per troppo tempo si è chiesto alle persone di cavarsela da sole.
La solitudine emotiva non coincide con l’assenza di relazioni, né con il ritiro sociale manifesto.
Molte delle persone, che la vivono, sono immerse nella quotidianità, partecipano, lavorano, rispondono ai messaggi, siedono a tavola con altri, e tuttavia avvertono una distanza sottile ma costante tra ciò che mostrano e ciò che sentono, come se la propria vita scorresse dietro un vetro che nessuno riesce davvero ad attraversare.
È una condizione che ha un sapore sensoriale preciso: il corpo è spesso teso, il respiro corto, le spalle leggermente incurvate in avanti come a proteggere qualcosa di fragile, il silenzio pesa, ma anche il rumore può diventare insopportabile, perché non c’è uno spazio interno in cui appoggiarsi.
In questa esperienza, la persona non sente solo di essere sola, ma di essere non necessaria, non vista, non davvero intercettata dallo sguardo dell’altro.
Come nei dipinti di Hopper, le figure sono lì, illuminate, eppure irrimediabilmente separate.
Quando nasce il pensiero suicidario
All’interno di questa solitudine prolungata, il pensiero suicidario può emergere in modo graduale, quasi discreto, senza la violenza di un impulso improvviso, ma come un’idea che lentamente prende forma, che si affaccia nei momenti di stanchezza, di sera, quando le difese si abbassano e la mente smette di fare rumore.
Nelle Terapie Brevi, questo pensiero non viene letto come una pulsione di morte, ma come una tentata soluzione estrema a un dolore che non ha trovato risposte sufficienti.
Non è la morte ciò che viene desiderato, ma una pausa, una tregua, un’interruzione della fatica di esistere senza sentirsi in relazione.
Per molte persone, il suicidio diventa allora una sorta di fantasia di riposo, l’idea che finalmente qualcosa possa fermarsi, che il flusso continuo di domande senza risposta possa cessare, che il senso di essere di troppo possa dissolversi in un gesto definitivo.
È un pensiero che promette molto, ma che nasce da una profonda restrizione delle alternative percepite.
Il punto di vista delle Terapie Brevi: accogliere il pensiero, proteggere la persona
Le Terapie Brevi si fondano su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: quando una persona soffre, il problema non è solo ciò che le è accaduto, ma il modo in cui, nel presente, cerca di gestire quella sofferenza.
Nel caso dell’ideazione suicidaria, spesso la persona è intrappolata in un dialogo interno chiuso, ripetitivo, solitario, in cui le stesse domande tornano come onde sempre uguali, senza mai incontrare una riva diversa.
Il lavoro terapeutico non consiste nel convincere, nel rassicurare in modo generico o nel minimizzare, ma nel creare un’interruzione in questo circuito, aprendo uno spazio nuovo di esperienza.
Uno degli aspetti più delicati e centrali dell’intervento breve sul rischio suicidario, infatti, è la capacità di accogliere il pensiero senza legittimare il gesto, distinguendo con chiarezza tra la comprensione del dolore e la necessità di proteggere la vita.
Dire a una persona “capisco perché ti viene in mente” significa restituirle dignità, sottrarre il pensiero alla vergogna e al silenzio, trasformarlo da segreto pericoloso a contenuto condivisibile.
Allo stesso tempo, le Terapie Brevi lavorano in modo estremamente concreto sulla sicurezza, costruendo barriere chiare tra il pensiero e l’azione, perché la priorità non è interpretare il dolore, ma mettere la persona al riparo mentre il dolore viene affrontato.
Questo avviene attraverso piani di sicurezza personalizzati, sequenze di azioni alternative da attivare nei momenti critici, e la definizione esplicita di figure di riferimento reali, contattabili, presenti.
Spezzare la solitudine interna: quando la relazione riapre le possibilità
La solitudine emotiva non è solo assenza di relazioni esterne, ma spesso è una solitudine interna, fatta di pensieri che non trovano risposta e di emozioni che non vengono nominate e le Terapie Brevi intervengono proprio su questo punto, aiutando la persona a interrompere l’isolamento cognitivo ed emotivo attraverso micro-esperienze correttive, piccoli spostamenti, cambiamenti minimi ma significativi nel modo di stare con gli altri e con se stessi.
Non si chiede di “sentirsi meglio”, ma di fare qualcosa di leggermente diverso, perché è spesso l’azione a precedere il cambiamento emotivo, e non il contrario.
Come nella letteratura di Saramago, non è la soluzione totale a salvare i personaggi, ma l’incontro, la voce che rompe il monologo.
Quindi, se leggendo queste righe senti un riconoscimento silenzioso, se alcune frasi sembrano descrivere qualcosa che conosci fin troppo bene, è importante che tu sappia questo: il fatto che il pensiero suicidario esista non significa che tu abbia fallito, né che tu sia fragile o sbagliato.
Significa che stai affrontando qualcosa di molto difficile con risorse che, in questo momento, non bastano più. E le risorse possono essere costruite, insieme. Infatti il pensiero suicidario prospera nel silenzio e nella solitudine, cresce quando la persona sente di non avere un posto nel mondo dell’altro.
Le Terapie Brevi non promettono di eliminare il dolore, ma lavorano per ridurre l’isolamento che lo rende intollerabile, ampliando le possibilità percepite e restituendo margine di scelta.
Finché esiste almeno una relazione autentica, anche piccola, anche fragile, finché qualcuno può dire “ti vedo, restiamo qui un momento”, il suicidio smette di essere l’unica soluzione immaginabile.
E in quello spazio, lento e umano, può iniziare un cambiamento reale.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Muriana, E., Pettenò, L., Verbitz, T. (2000). I volti della depressione. Abbandonare il ruolo della vittima grazie alla terapia in tempi brevi. Milano: Ponte alle Grazie.
Yapko, M. (2002). Rompere gli schemi della depressione. Milano: Ponte alle Grazie.