Dietro ogni dipendenza c’è una storia che merita di essere ascoltata, invece quando sentiamo pronunciare la parola dipendenza, la nostra mente tende immediatamente ad associarla all’immagine di qualcuno che ha perso il controllo della propria vita, quasi come se fosse rimasto imprigionato in una realtà dalla quale non riesce più a uscire. Pensiamo alle sostanze, all’alcol, al gioco d’azzardo, oppure alle immagini che più frequentemente popolano i mezzi di comunicazione, nelle quali la dipendenza viene raccontata come il punto di arrivo di una serie di scelte sbagliate o come il segno di una fragilità personale. Eppure, se ci concedessimo il tempo di guardare oltre queste rappresentazioni così semplicistiche, scopriremmo che ogni dipendenza custodisce una storia infinitamente più complessa, nella quale raramente il protagonista è il desiderio di autodistruggersi e molto più spesso, invece, è il tentativo disperato di trovare un modo per continuare a vivere nonostante la sofferenza.
La dipendenza, infatti, difficilmente nasce come un nemico. Al contrario, nella maggior parte dei casi si presenta con il volto rassicurante di un alleato. Arriva in un momento in cui qualcosa dentro di noi si è incrinato, quando le emozioni sembrano diventare troppo intense per essere attraversate, quando la solitudine pesa come un macigno sul petto, quando l’ansia invade ogni spazio del pensiero o quando il dolore di una perdita sembra non lasciare alcuna possibilità di respirare. In quei momenti può accadere che una sostanza, un comportamento o perfino una relazione offrano un sollievo immediato, una tregua temporanea, una parentesi nella quale il malessere sembra finalmente attenuarsi.
È proprio questa apparente capacità di proteggerci che rende la dipendenza così insidiosa. Come una casa costruita in fretta per ripararsi da una tempesta improvvisa, essa offre inizialmente un rifugio che appare sicuro. Soltanto con il passare del tempo ci si accorge che quelle stesse pareti che ci avevano difeso dal vento sono diventate un luogo dal quale è sempre più difficile uscire. E così ciò che era nato come una soluzione si trasforma lentamente nel problema stesso.
Questa prospettiva cambia profondamente il modo di guardare alle persone che soffrono di una dipendenza. Significa smettere di domandarsi perché continuino a fare qualcosa che le fa stare male e iniziare, piuttosto, a chiedersi quale funzione quel comportamento abbia avuto nella loro vita, quale bisogno abbia cercato di soddisfare e quale dolore abbia tentato di rendere più sopportabile. Perché nessuno si lega ostinatamente a qualcosa che gli procura sofferenza se, almeno in un primo momento, quella stessa esperienza non gli ha regalato l’illusione di poter respirare un po’ meglio.
È da questa prospettiva, profondamente umana e lontana dal giudizio, che le Terapie Brevi iniziano il loro lavoro, spostando l’attenzione dalla colpa alla comprensione e dalla ricerca delle etichette all’osservazione dei meccanismi che mantengono vivo il problema.
Le dipendenze non riguardano soltanto le sostanze
Per molti anni la parola dipendenza è stata utilizzata quasi esclusivamente per descrivere il rapporto problematico con sostanze come alcol, cocaina, eroina o altre droghe. Oggi sappiamo che la realtà è molto più articolata e che il panorama delle dipendenze si è progressivamente ampliato fino a comprendere comportamenti che, almeno apparentemente, fanno parte della normalità della vita quotidiana.
Esistono persone che non riescono a interrompere il bisogno compulsivo di controllare continuamente il telefono, quasi come se ogni notifica rappresentasse la promessa di sentirsi meno sole, altre che trascorrono ore sui social network inseguendo approvazione, confronto o distrazione, altre ancora che acquistano oggetti di cui non hanno alcun bisogno, salvo poi provare un senso di colpa che le spinge a cercare nuovamente conforto nello shopping.
Ci sono uomini e donne che lavorano senza concedersi pause, convinti che fermarsi significhi perdere valore, persone che non riescono a sottrarsi a relazioni profondamente dolorose perché il timore dell’abbandono appare ancora più spaventoso della sofferenza che stanno vivendo, individui che trovano nel cibo l’unico spazio in cui le emozioni sembrano placarsi oppure nel gioco d’azzardo l’illusione che una singola vincita possa cambiare radicalmente il corso della propria esistenza.
A uno sguardo superficiale queste situazioni sembrano avere ben poco in comune. Eppure, osservandole da vicino, emerge un elemento sorprendente: l’oggetto della dipendenza cambia, ma il funzionamento psicologico rimane straordinariamente simile.
Che si tratti di una sostanza, di uno smartphone, di una relazione affettiva o del lavoro, il comportamento dipendente rappresenta quasi sempre il tentativo di modificare rapidamente uno stato emotivo percepito come intollerabile. Non è tanto ciò da cui si dipende a fare la differenza, quanto il significato che quell’esperienza assume nella vita della persona.
In altre parole, il problema non è il bicchiere di vino, il telefono, il partner o il cibo. Il problema nasce quando una di queste esperienze diventa l’unica strada che il nostro cervello riconosce come possibile per affrontare la sofferenza, la paura, il senso di vuoto, l’ansia o la solitudine. È in quel momento che la libertà di scegliere lascia lentamente spazio alla necessità di ripetere.
Tutti possiamo sviluppare una dipendenza
Forse è proprio questa una delle verità più difficili da accettare e, allo stesso tempo, una delle più importanti. Siamo portati a pensare che le dipendenze riguardino “gli altri”: persone più fragili, meno determinate, più vulnerabili o incapaci di gestire le proprie emozioni. Questa convinzione, oltre a essere profondamente ingiusta, rischia di alimentare lo stigma che impedisce a molte persone di chiedere aiuto.
La realtà è molto diversa. Ogni essere umano possiede bisogni fondamentali: il bisogno di sentirsi al sicuro, di appartenere, di essere riconosciuto, di trovare conforto quando soffre, di dare un significato alle proprie esperienze. Quando la vita mette duramente alla prova questi bisogni e una particolare esperienza sembra offrire un sollievo immediato, il nostro cervello tende naturalmente a registrarla come una strategia efficace.
Dal punto di vista evolutivo, questo rappresenta perfino un vantaggio. Impariamo continuamente dalle esperienze che ci fanno stare meglio. Se una determinata azione riduce il dolore, siamo portati a ripeterla. È il modo attraverso cui il cervello costruisce le abitudini che ci permettono di adattarci all’ambiente.
Il problema nasce quando questo meccanismo, che normalmente favorisce la sopravvivenza, diventa così rigido da trasformarsi in una prigione. È come se il cervello imparasse un’unica strada per raggiungere una destinazione e, anche quando quella strada diventa dissestata, piena di ostacoli e sempre più pericolosa, continuasse ostinatamente a percorrerla perché ha dimenticato che esistono percorsi alternativi.
È per questo motivo che la dipendenza non può essere ridotta a una semplice questione di forza di volontà. Se bastasse voler smettere, probabilmente nessuna persona continuerebbe a mettere in atto un comportamento che, nel tempo, finisce per compromettere la salute, le relazioni, il lavoro e la qualità della propria vita.
La vera domanda, allora, non è perché una persona continui a fare qualcosa che la fa soffrire, ma quale meccanismo continui a convincerla, spesso in modo del tutto inconsapevole, che quella sia ancora la soluzione migliore di cui dispone.
Ed è proprio da questa domanda che prende avvio il lavoro delle Terapie Brevi, che non si limita a osservare il sintomo, ma cerca di comprendere il delicato equilibrio che continua a mantenerlo in vita.
Il paradosso della dipendenza: più cerchiamo sollievo, più alimentiamo la sofferenza
Esiste un paradosso che accomuna tutte le forme di dipendenza e che, a uno sguardo superficiale, può apparire quasi incomprensibile.
Pensiamo a una persona che utilizza continuamente il telefono per distrarsi dai propri pensieri. All’inizio ogni notifica rappresenta una piccola gratificazione, un momento di leggerezza, un’occasione per sentirsi connessa con il mondo. Con il passare del tempo, però, il piacere diminuisce, mentre aumenta il disagio che compare ogni volta che il telefono non è disponibile. A quel punto non si consulta più lo smartphone perché sia particolarmente piacevole farlo, ma perché il semplice fatto di non farlo genera inquietudine.
Lo stesso meccanismo si osserva nella dipendenza affettiva, dove la presenza del partner non produce necessariamente serenità, ma la sua assenza diventa insopportabile, oppure nelle dipendenze da sostanze, nelle quali il consumo serve sempre meno a raggiungere uno stato di benessere e sempre più a evitare il malessere dell’astinenza.
In altre parole, la dipendenza modifica progressivamente il proprio obiettivo: non promette più felicità, promette soltanto di allontanare, almeno per qualche istante, la sofferenza.
È come remare controcorrente su un fiume impetuoso. Per un po’ si riesce a mantenere la posizione, ma basta interrompere lo sforzo per essere trascinati indietro. Così si continua a remare non perché ci si stia avvicinando alla meta, ma semplicemente per non essere travolti dalla corrente.
Le tentate soluzioni: quando ciò che facciamo per uscirne diventa parte del problema
Uno dei contributi più importanti delle Terapie Brevi consiste nell’aver mostrato come molti problemi psicologici non vengano mantenuti esclusivamente dalle loro cause originarie, ma soprattutto dai tentativi che la persona mette in atto per risolverli. Giorgio Nardone definisce questi comportamenti tentate soluzioni disfunzionali, proprio perché rappresentano strategie apparentemente logiche che, anziché interrompere il problema, finiscono per alimentarlo.
Questo principio appare particolarmente evidente nelle dipendenze.
Chi soffre di una dipendenza, infatti, raramente rimane immobile. Al contrario, prova continuamente a uscirne. Si promette che quella sarà l’ultima volta, cerca di controllarsi con la sola forza di volontà, elimina improvvisamente ogni occasione di contatto con ciò da cui dipende, si impone regole rigidissime oppure chiede ai familiari di sorvegliarlo costantemente.
Si tratta di tentativi comprensibili, spesso mossi da una sincera motivazione al cambiamento. Eppure, in molti casi, proprio queste strategie finiscono per rafforzare il problema.
La forza di volontà, quando viene utilizzata come unico strumento, rischia di trasformare ogni desiderio in un avversario da combattere, ma più combattiamo un pensiero, più quel pensiero tende a occupare spazio nella nostra mente. È lo stesso fenomeno che sperimentiamo quando qualcuno ci invita a non pensare a un elefante bianco: il risultato inevitabile è che quell’immagine compare immediatamente davanti ai nostri occhi interiori.
Allo stesso modo, chi ripete continuamente a sé stesso “non devo bere”, “non devo mangiare”, “non devo controllare il telefono”, finisce spesso per mantenere costantemente l’attenzione proprio sull’oggetto della propria dipendenza.
Anche il controllo esercitato dai familiari, sebbene nasca dall’amore e dalla preoccupazione, può trasformarsi in un elemento che mantiene il problema. Quando ogni responsabilità viene affidata all’esterno, la persona rischia di non sviluppare progressivamente una diversa relazione con il proprio comportamento, continuando a percepirsi come incapace di gestirlo autonomamente.
Ancora più insidioso è il meccanismo del “ricomincio da domani”. Ogni promessa di cambiamento immediato offre un sollievo psicologico temporaneo, perché permette di rimandare il confronto con il problema. Si crea così una sorta di circolo vizioso nel quale la speranza sostituisce l’azione concreta e ogni nuovo fallimento alimenta un senso di impotenza sempre più profondo.
Come intervengono le Terapie Brevi nelle dipendenze
Le Terapie Brevi, attraverso un’attenta analisi del funzionamento della persona, individuano i meccanismi che mantengono il circolo vizioso e costruiscono interventi mirati per interromperlo. L’obiettivo non è convincere il paziente con spiegazioni teoriche né chiedergli di “resistere” facendo appello alla forza di volontà, ma aiutarlo a fare esperienze nuove, capaci di modificare gradualmente il modo in cui percepisce e affronta il problema.
È un cambiamento che nasce dall’azione prima ancora che dalla comprensione razionale. Quando una persona sperimenta concretamente di poter gestire l’ansia senza ricorrere all’alcol, tollerare la solitudine senza cercare compulsivamente il partner o attraversare un momento difficile senza rifugiarsi nel cibo, il cervello inizia lentamente a costruire nuove possibilità. È come se, dopo aver percorso per anni un unico sentiero, si accorgesse improvvisamente che ne esistono altri, forse inizialmente meno battuti, ma molto più sicuri.
Pur condividendo alcuni meccanismi di base, nessuna dipendenza è uguale a un’altra, perché ogni persona attribuisce al proprio comportamento un significato diverso. Per qualcuno il gioco rappresenta la speranza di cambiare vita, per altri il cibo è un rifugio dalle emozioni, mentre una relazione può diventare il tentativo di colmare una paura profonda dell’abbandono.
Per questo motivo le Terapie Brevi non propongono soluzioni standardizzate. Ogni percorso viene costruito a partire dal modo specifico in cui quella persona alimenta, spesso inconsapevolmente, il proprio problema. È questa attenzione alla singolarità dell’individuo che rende possibile individuare strategie realmente efficaci, rispettando la storia, le risorse e gli obiettivi di ciascuno.
Le Terapie Brevi accompagnano la persona attraverso interventi mirati e personalizzati e la aiutano a interrompere quei meccanismi che mantengono viva la dipendenza, favorendo esperienze nuove che restituiscono, poco alla volta, la sensazione di poter tornare a guidare la propria vita. Non si tratta di cambiare chi si è, ma di modificare il modo in cui ci si relaziona alla sofferenza, scoprendo che esistono strade diverse da quelle percorse fino a quel momento.
Chiedere aiuto non significa rinunciare alla propria autonomia, significa, al contrario, scegliere di non affrontare da soli un labirinto dal quale, proprio perché lo si percorre da troppo tempo, è diventato difficile trovare l’uscita. E se, leggendo queste righe, ti sei riconosciuto in alcuni dei meccanismi descritti, ricorda che non sei la tua dipendenza. Quello che stai vivendo racconta un modo con cui hai cercato di affrontare una difficoltà, non il tuo valore come persona né ciò che potrai diventare. Ogni circolo vizioso, per quanto sembri consolidato, può essere interrotto quando si comprendono le dinamiche che lo alimentano e si sperimentano modalità nuove per affrontare la realtà.
Perché la libertà non coincide con l’assenza delle difficoltà, ma con la possibilità di scegliere come affrontarle. Ed è proprio questa possibilità, spesso nascosta sotto il peso della sofferenza, che un percorso psicologico può aiutare a ritrovare.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Portelli C. & Papantuono M., (2017). Le nuove dipendenze. Riconoscerle, capirle, superarle. San Paolo Edizioni.