Alcune ferite non lasciano lividi sulla pelle né cicatrici visibili agli occhi degli altri, eppure finiscono per occupare ogni angolo della mente fino a influenzare il modo in cui una persona si muove nel mondo, si relaziona, ama, sorride e, soprattutto, si guarda. La paura di non piacersi all’inizio è un semplice dubbio, una piccola insoddisfazione che sembra riguardare soltanto un dettaglio del proprio volto o del proprio corpo, ma con il passare del tempo quel dettaglio smette di essere un particolare e diventa il centro dell’intera immagine, fino a trasformarsi nella lente attraverso cui la persona interpreta se stessa.
È come se lo specchio, che dovrebbe limitarsi a riflettere una figura, iniziasse invece a raccontare una storia, una storia nella quale ogni imperfezione viene amplificata mentre tutto ciò che è armonioso scompare sullo sfondo, proprio come accade nei dipinti di Francis Bacon, nei quali il volto umano sembra dissolversi sotto il peso di uno sguardo che deforma la realtà. E così il riflesso non rappresenta più ciò che siamo, ma ciò che temiamo di essere.
Per chi vive questa sofferenza, guardarsi allo specchio non è mai un gesto distratto, né un’abitudine priva di significato, ma un momento nel quale il tempo sembra rallentare e il respiro farsi più corto, perché gli occhi vengono inevitabilmente attratti sempre dagli stessi particolari, come se esistesse una calamita invisibile capace di condurre lo sguardo soltanto verso ciò che viene percepito come sbagliato. Il naso appare troppo grande, la pelle troppo imperfetta, il sorriso troppo asimmetrico, le rughe troppo evidenti, il corpo mai abbastanza armonioso, e mentre il riflesso rimane immobile è la mente a muoversi freneticamente, costruendo un dialogo interiore fatto di confronti, accuse e sentenze che sembrano non concedere alcuna possibilità di appello.
Come suggeriscono anche le Terapie Brevi, è proprio in quei momenti che molte persone smettono di vedersi e iniziano a giudicarsi, perché lo specchio perde la sua funzione originaria e diventa un tribunale nel quale il giudice, l’accusa e l’imputato coincidono nella stessa persona, mentre la condanna sembra già scritta ancora prima che il processo abbia inizio. Pirandello raccontava quanto fosse difficile sapere davvero chi siamo, stretti tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e quella che gli altri costruiscono di noi. Chi soffre di non accettazione di sé vive qualcosa di ancora più doloroso, perché finisce con il credere che l’unica immagine possibile sia quella restituita da uno sguardo severo e impietoso.
Il confronto con gli altri: una gara senza traguardo
Accanto allo specchio, esiste un altro compagno silenzioso della sofferenza: il confronto continuo con gli altri. Ogni volto incontrato per strada, ogni fotografia pubblicata sui social, ogni collega, ogni amico o perfino ogni sconosciuto sembrano diventare il termine di paragone attraverso cui misurare il proprio valore, come se la vita fosse una competizione nella quale esiste sempre qualcuno più bello, più interessante, più desiderabile e, di conseguenza, più degno di essere amato.
Questa ricerca incessante di conferme assomiglia al mito di Tantalo, che vedeva il cibo e l’acqua senza riuscire mai a raggiungerli: allo stesso modo, la persona rincorre un ideale di perfezione che, ogni volta che sembra avvicinarsi, si sposta un po’ più lontano, lasciando soltanto una nuova sensazione di inadeguatezza. Il problema è che il confronto non riguarda quasi mai la realtà, bensì immagini selezionate, filtrate e interpretate dalla mente, la quale tende a osservare negli altri soltanto ciò che ammira e in se stessa esclusivamente ciò che rifiuta, creando una distanza che diventa sempre più difficile da colmare.
Con il passare del tempo può accadere qualcosa di ancora più sottile e doloroso, perché il problema smette di riguardare soltanto l’aspetto fisico e inizia a coinvolgere l’identità della persona. Non è più il pensiero “non mi piace il mio naso”, ma diventa “non piaccio”, “non sono abbastanza”, “non merito di essere scelto”, come se il valore personale dipendesse esclusivamente da ciò che viene riflesso da una superficie di vetro.
È proprio questa sovrapposizione tra immagine e identità a rendere la sofferenza così intensa, poiché ogni critica, ogni fotografia, ogni sguardo ricevuto dagli altri finisce per assumere un significato enorme, trasformandosi nella prova definitiva della propria inadeguatezza. Eppure nessuno specchio è realmente neutrale quando chi osserva porta con sé anni di insicurezze, confronti e aspettative irrealistiche, perché il riflesso non passa soltanto attraverso il vetro, ma attraversa anche la storia personale di chi lo guarda.
Le tentate soluzioni disfunzionali: quando il tentativo di stare meglio mantiene il problema
Secondo le Terapie Brevi, uno degli aspetti più importanti non riguarda tanto il motivo per cui questa paura sia nata, quanto il modo in cui continua a essere alimentata nel presente. Molto spesso, infatti, le persone mettono in atto comportamenti assolutamente comprensibili che, pur nascendo dal desiderio di sentirsi meglio, finiscono per mantenere vivo il problema.
C’è chi controlla continuamente il proprio riflesso, nella speranza di trovare finalmente una conferma rassicurante, senza accorgersi che ogni controllo genera un nuovo dubbio, proprio come chi continua a toccarsi un dente per verificare se faccia ancora male e, così facendo, non gli permette mai di smettere di far male.
Altre persone fanno l’opposto e arrivano a evitare gli specchi, le fotografie o perfino le occasioni sociali, convinte che allontanarsi dalla fonte della sofferenza possa proteggerle, ma, in realtà, ciò che viene evitato diventa progressivamente ancora più minaccioso, proprio come un’ombra che cresce ogni volta che le si volta le spalle.
Molti cercano rassicurazioni continue, chiedendo agli altri se siano belli, se un difetto si noti davvero oppure se il loro aspetto sia piacevole, ma queste conferme funzionano come una medicina dall’effetto brevissimo: per qualche minuto calmano l’ansia, salvo poi rendere necessario chiedere nuovamente la stessa risposta.
Anche il confronto ossessivo con i social, l’uso eccessivo del trucco per nascondersi, il tentativo di controllare ogni dettaglio del proprio aspetto o la continua ricerca della fotografia perfetta rappresentano, secondo le Terapie Brevi, tentate soluzioni che finiscono per trasformarsi nelle catene che mantengono la persona imprigionata.
Come le Terapie Brevi aiutano a ritrovare uno sguardo diverso
L’obiettivo delle Terapie Brevi non è convincere una persona che debba piacersi a tutti i costi, né insegnarle a ripetersi frasi positive nelle quali, spesso, non riesce davvero a credere. Il lavoro terapeutico consiste piuttosto nell’aiutare la persona a osservare il modo in cui la sofferenza viene mantenuta dalle proprie abitudini, affinché possa interrompere quel circolo vizioso che, giorno dopo giorno, trasforma un dubbio in una certezza.
Questo significa imparare, con l’aiuto del terapeuta, a modificare gradualmente il rapporto con lo specchio, con il confronto, con la ricerca di rassicurazioni e con tutti quei comportamenti che sembrano offrire sollievo ma che, in realtà, alimentano il problema. Nella Terapia Breve ogni intervento viene costruito sulla storia della persona, perché non esistono esercizi validi per tutti, ma strategie personalizzate che permettono di fare un’esperienza diversa di sé.
Può essere utile iniziare a chiedersi, ad esempio, se ogni volta che ci si guarda allo specchio lo si faccia per conoscersi oppure per cercare un difetto, oppure osservare quanto tempo della giornata venga assorbito dai controlli, dai confronti o dalla ricerca di rassicurazioni, perché molto spesso il cambiamento inizia proprio quando ci si accorge che non è il difetto a occupare la mente, ma il modo in cui si continua a rincorrerlo.
Borges scriveva che gli specchi possiedono qualcosa di inquietante perché moltiplicano le immagini, eppure, quando una persona vive la paura di non piacersi, ciò che si moltiplica non è il riflesso, ma il dubbio, fino a occupare uno spazio così grande da far dimenticare tutto il resto. Le Terapie Brevi aiutano a ridimensionare quel dubbio, non cancellandolo con un colpo di spugna, ma interrompendo i meccanismi che lo alimentano ogni giorno, affinché lo specchio torni lentamente a essere soltanto una superficie di vetro e non il luogo nel quale viene deciso il valore di un essere umano.
Perché nessuna persona coincide con il proprio riflesso, così come nessun quadro può essere ridotto alla cornice che lo contiene, e quando si torna finalmente ad abitare la propria immagine senza sentirsi continuamente sotto processo, ci si accorge che la libertà non nasce dall’essere perfetti, ma dal non dover più chiedere alla propria immagine il permesso di sentirsi degni di vivere, di amare e di essere amati.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Nardone G., 2013 “Psicotrappole”, Ponte alle Grazie, Milano
Nardone G., 2014 “Oltre i limiti della paura”, BUR, Milano
Nardone G., 2004 “Paura, panico, fobie”, Ponte alle Grazie, Milano