Nella vita di ogni genitore c’è sempre un momento in cui il proprio figlio sembra diventare un mistero. Lo si guarda e non lo si riconosce più. Quel bambino che fino a poco tempo prima correva tra le nostre braccia adesso chiude la porta della sua stanza, abbassa lo sguardo, risponde con un silenzio che pesa più di mille parole oppure manifesta emozioni che appaiono incomprensibili, sproporzionate, talvolta persino spaventose. In quei momenti il desiderio più grande è uno soltanto: capire nostro figlio.
Eppure esiste una verità tanto semplice quanto difficile da accettare: molto spesso il cammino per comprendere i nostri figli non passa innanzitutto attraverso loro, ma attraverso noi stessi.
Perché i figli, in modo misterioso e potente, hanno la capacità di illuminare parti profonde della nostra storia personale. Sono come specchi che riflettono zone interiori che credevamo dimenticate, ferite che pensavamo guarite, bisogni che avevamo imparato a ignorare. A volte il loro pianto inconsolabile risveglia il bambino che siamo stati e che non si è sentito accolto. La loro rabbia accende la nostra rabbia antica. La loro paura incontra le nostre fragilità più nascoste.
Così accade qualcosa di straordinario: nel tentativo di educare un figlio, ci ritroviamo a incontrare noi stessi.
I figli come specchi dell’anima
Lo scrittore e poeta libanese Khalil Gibran scriveva che i figli vengono attraverso di noi ma non da noi. Eppure, nonostante appartengano alla vita e al loro destino, essi attraversano continuamente il territorio delle nostre emozioni.
Ogni comportamento che ci irrita, che ci preoccupa o che ci fa soffrire contiene spesso un messaggio doppio. Da una parte parla del bambino o dell’adolescente che abbiamo davanti. Dall’altra racconta qualcosa del genitore che siamo diventati.
Quando un figlio non ascolta, talvolta riemerge la sensazione di non essere rispettati che abbiamo conosciuto nella nostra infanzia. Quando un figlio si allontana, può riaffiorare la paura dell’abbandono. Quando un figlio fallisce, può risvegliarsi il dolore delle aspettative che qualcuno aveva riposto su di noi.
È come se dentro ogni adulto convivessero più persone: il genitore presente, l’adolescente che è stato, il bambino che continua a vivere nelle profondità della memoria emotiva. E spesso queste parti interiori parlano contemporaneamente, confondendo ciò che appartiene al presente con ciò che arriva dal passato.
Per questo motivo comprendere i figli richiede prima di tutto la capacità di comprendere se stessi.
Le parti interiori che chiedono ascolto
Molti genitori arrivano in terapia convinti di dover risolvere un problema del figlio. Talvolta raccontano di crisi adolescenziali, difficoltà scolastiche, oppositività, ansia, attacchi di rabbia, chiusura relazionale o dipendenza dai dispositivi digitali.
Nel corso del percorso terapeutico emerge però qualcosa di sorprendente.
Dietro la domanda “Come posso aiutare mio figlio?” si nasconde spesso una domanda più profonda: “Come posso prendermi cura di quella parte di me che soffre quando vedo mio figlio soffrire?”.
Esistono dentro di noi parti spaventate, ferite, giudicanti, iper-controllanti, perfezioniste, abbandonate. Parti che non chiedono di essere eliminate, ma riconosciute.
Immaginiamo il nostro mondo interiore come una grande casa antica. Alcune stanze sono luminose ed accoglienti. Altre sono rimaste chiuse per anni. Dietro quelle porte abitano emozioni che abbiamo imparato a evitare. Tuttavia i figli, inconsapevolmente, possiedono la chiave di quelle stanze.
Ogni volta che una di esse si apre, abbiamo due possibilità: richiuderla in fretta oppure fermarci ad ascoltare ciò che contiene.
La crescita genitoriale inizia proprio da questo ascolto.
Come le Terapie Brevi aiutano i genitori
Le Terapie Brevi rappresentano uno strumento particolarmente efficace perché non si limitano a comprendere il problema, ma aiutano le persone a interrompere i circoli viziosi che mantengono la sofferenza.
Spesso i genitori, mossi dall’amore, mettono in atto tentativi di soluzione che finiscono inconsapevolmente per alimentare le difficoltà. Più cercano di controllare un figlio ansioso, più l’ansia cresce. Più insistono perché un adolescente si apra, più questo si chiude. Più combattono una crisi emotiva, più questa si intensifica.
Le Terapie Brevi aiutano a osservare questi meccanismi e a modificarli attraverso strategie concrete, esperienze correttive e nuove modalità relazionali, ma il loro contributo più prezioso è forse un altro. Le Terapie Brevi permettono ai genitori di distinguere ciò che appartiene realmente al figlio da ciò che invece appartiene alla propria storia personale.
Quando questa distinzione diventa chiara, la relazione cambia profondamente. Il genitore smette di reagire e inizia a rispondere, smette di combattere e comincia a comprendere, smette di avere paura e ritrova la fiducia.
Alcuni suggerimenti terapeutici ispirati alle Terapie Brevi sono:
1. Fermarsi prima di reagire
Quando un comportamento del figlio suscita una forte emozione, può essere utile chiedersi:
“Sto reagendo a ciò che sta accadendo adesso o a qualcosa che appartiene alla mia storia?”
Questa semplice domanda apre uno spazio di consapevolezza straordinario.
2. Osservare i tentativi di soluzione
Se una strategia viene utilizzata da molto tempo senza produrre cambiamenti, è possibile che stia contribuendo a mantenere il problema.
Le Terapie Brevi insegnano che spesso la soluzione consiste nel modificare proprio ciò che continuiamo a fare.
3. Accogliere le emozioni invece di combatterle
Ansia, rabbia, paura e tristezza non sono nemici. Sono messaggeri.
Ascoltarli permette di comprendere bisogni profondi che attendono riconoscimento.
4. Coltivare uno sguardo curioso
La curiosità è l’antidoto al giudizio. Quando osserviamo un comportamento con curiosità anziché con condanna, iniziamo a coglierne il significato.
5. Imparare a chiedere aiuto
Prendersi cura di sé attraverso un percorso terapeutico non significa essere deboli.
Significa avere il coraggio di interrompere schemi che rischiano di essere trasmessi da una generazione all’altra.
Prendersi cura di sé per prendersi cura dei figli
Una delle intuizioni più profonde delle Terapie Brevi è che il cambiamento non nasce dalla lotta contro ciò che proviamo, ma dalla capacità di accogliere ciò che emerge.
Molti genitori trascorrono anni cercando di essere perfetti. Vorrebbero non arrabbiarsi mai, vorrebbero avere sempre la risposta giusta, vorrebbero proteggere i figli da ogni dolore, ma la perfezione non crea connessione, mentre la vulnerabilità sì.
Un figlio non ha bisogno di un genitore perfetto, ha bisogno di un genitore autentico: di un adulto che sappia riconoscere i propri limiti, nominare le proprie emozioni e accettare la propria umanità.
Quando impariamo a prenderci cura delle nostre ferite interiori, accade qualcosa di straordinario: diventiamo più capaci di accogliere quelle dei nostri figli.
La compassione che sviluppiamo verso noi stessi si trasforma naturalmente in compassione verso di loro.
E forse il dono più prezioso che possiamo fare ai nostri figli non è insegnare loro a essere forti, è mostrare loro come si diventa umani, come si attraversa il dolore senza esserne travolti, come si accolgono le proprie fragilità senza vergognarsene, come si continua a crescere anche da adulti.
Perché i figli osservano molto più di quanto ascoltino. E quando vedono un genitore capace di guardare dentro di sé con gentilezza, imparano che anche loro possono fare lo stesso.
Allora la relazione si trasforma. Non è più il luogo in cui qualcuno corregge qualcun altro, ma diventa uno spazio sacro di crescita reciproca. Un giardino in cui due generazioni si incontrano. Un ponte sospeso tra passato e futuro. Un viaggio condiviso nel quale, mentre proviamo a comprendere i nostri figli, scopriamo lentamente che la persona che stavamo cercando di conoscere da sempre eravamo anche noi stessi.
Ed è proprio lì, in quell’incontro silenzioso tra il genitore che siamo e il bambino che siamo stati, che nasce la possibilità più autentica di comprendere, amare e accompagnare davvero i nostri figli verso la vita.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Giannotti E., Nardone G., Rocchi R., Modelli di famiglia, Ponte alle Grazie, Milano, 2001.
Moccia, F., Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (a cura di). (2026). Terapie brevi in età evolutiva. Crescere, cambiare, intervenire. Milano: FrancoAngeli.
Nardone G., Aiutare i genitori ad aiutare i figli, Ponte alle Grazie, Milano, 2002.