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Home - Blog - Quando i figli diventano genitori dei propri genitori: come le Terapie Brevi sostengono il peso invisibile della parentificazione

Quando i figli diventano genitori dei propri genitori: come le Terapie Brevi sostengono il peso invisibile della parentificazione

  • Luglio 22, 2026
  • flaviocannistra

Ci sono bambini che imparano troppo presto a riconoscere il rumore dei silenzi, a distinguere una lacrima trattenuta da una che sta per cadere, a percepire le tensioni di una casa ancora prima che qualcuno pronunci una parola. Sono bambini che, quasi senza accorgersene, smettono di abitare il loro ruolo naturale e iniziano a occupare uno spazio che non appartiene loro: quello dell’adulto. Diventano il porto sicuro di una madre fragile, il sostegno emotivo di un padre sopraffatto, il mediatore dei conflitti familiari, il custode delle emozioni altrui. Crescono con la convinzione che amare significhi farsi carico del dolore degli altri, che essere buoni significhi dimenticare se stessi e che il proprio valore dipenda esclusivamente dalla capacità di salvare chi hanno accanto.

È questa la realtà di chi ha vissuto, o continua a vivere, una condizione che in psicologia viene definita parentificazione, ovvero quel processo attraverso il quale un figlio assume responsabilità emotive, psicologiche o pratiche che dovrebbero appartenere agli adulti di riferimento. Una realtà molto più diffusa di quanto si immagini, spesso invisibile agli occhi degli altri e perfino della persona che la vive, perché ciò che si è imparato durante l’infanzia finisce per sembrare normale, inevitabile, persino giusto.

È proprio in questo spazio, dove il dolore si intreccia con il senso del dovere e dove la forza ha finito per mascherare bisogni rimasti troppo a lungo inascoltati, che le Terapie Brevi possono rappresentare un sostegno prezioso. Quando una persona ha trascorso anni, o addirittura una vita intera, a prendersi cura dei propri genitori dimenticandosi inconsapevolmente di sé, il rischio è quello di considerare quel modo di vivere come l’unico possibile, continuando a riproporre, anche nelle relazioni adulte, lo stesso copione appreso nell’infanzia. Le Terapie Brevi, attraverso un approccio concreto, strategico e profondamente rispettoso della storia individuale, aiutano invece a illuminare quei meccanismi relazionali che, pur essendo nati come risorse indispensabili per sopravvivere a un contesto familiare complesso, oggi alimentano sofferenza, senso di colpa e fatica emotiva. Il percorso terapeutico diventa così un luogo sicuro in cui la persona può finalmente deporre un peso che non le apparteneva, riscoprendo, passo dopo passo, la possibilità di costruire relazioni fondate non più sul sacrificio, ma sulla reciprocità, sulla libertà e sul diritto di esistere senza dover continuamente salvare qualcuno per meritare amore.

Il bambino che smette di essere bambino

Un bambino non sceglie di diventare adulto prima del tempo. Lo fa perché l’ambiente in cui cresce gli comunica, più o meno esplicitamente, che quella è la strada necessaria per mantenere un equilibrio familiare già profondamente compromesso. Talvolta accade perché un genitore è affetto da una malattia fisica o psicologica, altre volte perché è emotivamente assente, dipendente, fragile, depresso, sopraffatto dalle difficoltà della vita o intrappolato in relazioni conflittuali. In altri casi ancora, il figlio viene inconsapevolmente trasformato nel confidente privilegiato, nel consigliere, nel partner emotivo o nella figura che deve “tenere insieme la famiglia”.

Così, mentre gli altri bambini imparano a giocare, lui impara a preoccuparsi. Mentre gli altri chiedono aiuto, lui impara a offrirlo. Mentre gli altri sperimentano la leggerezza dell’infanzia, lui sviluppa una straordinaria capacità di leggere i bisogni degli altri, anticiparli e soddisfarli.

Questa sensibilità, che spesso viene elogiata come maturità, nasconde però un prezzo molto elevato.

Chi è cresciuto assumendosi il peso emotivo della propria famiglia porta spesso dentro di sé una sensazione difficile da descrivere, perché non nasce da un trauma improvviso, ma da migliaia di piccoli momenti nei quali ha imparato, lentamente, che i propri bisogni potevano aspettare.

Nasce così quella stanchezza profonda che non dipende soltanto da ciò che si è fatto, ma soprattutto da ciò che non ci si è mai concessi di essere: essere figli.

Dentro queste persone convivono emozioni apparentemente opposte. La forza straordinaria di chi ha imparato a cavarsela sempre, la tristezza di chi non ha mai potuto sentirsi davvero protetto, il senso di responsabilità che diventa quasi un’identità, la paura costante di deludere, la difficoltà a chiedere aiuto, il senso di colpa quando finalmente ci si prende cura di sé.

Molti adulti che hanno vissuto questa esperienza raccontano di sentirsi costantemente in allerta, come se il loro sistema nervoso fosse rimasto programmato per controllare che tutto proceda bene, perché da piccoli avevano imparato che il benessere della famiglia dipendeva anche da loro.

Eppure, dietro questa apparente solidità, spesso si nasconde un bambino che avrebbe semplicemente desiderato essere visto, contenuto, rassicurato.

Il Triangolo di Karpman: quando il ruolo del Salvatore diventa una prigione

Una chiave di lettura particolarmente utile è rappresentata dal Triangolo Drammatico di Karpman, un modello che descrive tre ruoli relazionali nei quali le persone possono rimanere inconsapevolmente intrappolate: la Vittima, il Salvatore e il Persecutore (o Carnefice).

Il figlio parentificato cresce molto frequentemente assumendo il ruolo del Salvatore.

Si convince che la propria missione sia aggiustare ciò che si rompe, calmare chi soffre, proteggere chi è fragile, risolvere problemi che spesso non gli appartengono. All’inizio questa strategia permette realmente di sopravvivere all’interno della famiglia, ma con il passare degli anni diventa un copione relazionale che continua a ripetersi nelle amicizie, nelle relazioni sentimentali, nel lavoro.

Il Salvatore, tuttavia, paga un prezzo enorme: per aiutare gli altri smette di ascoltare se stesso, per evitare il dolore altrui finisce per ignorare il proprio, per sentirsi utile rinuncia ai propri bisogni.

Ed è proprio qui che il triangolo si alimenta: quando il Salvatore si esaurisce, può iniziare a sentirsi Vittima perché nessuno si prende cura di lui e quando la frustrazione diventa insopportabile può assumere atteggiamenti da Persecutore, criticando o rimproverando coloro che fino a poco prima cercava disperatamente di salvare.

Non si tratta di cattiveria, ma della conseguenza naturale di un equilibrio relazionale costruito sul sacrificio.

Le persone che hanno fatto da genitori ai propri genitori spesso arrivano in terapia raccontando difficoltà molto diverse tra loro, ma accomunate dallo stesso filo invisibile.

Faticano a dire di no, attraggono partner emotivamente dipendenti, si sentono responsabili della felicità degli altri, provano ansia quando qualcuno è arrabbiato, vivono il riposo come una colpa, sentono il bisogno costante di controllare ogni situazione, hanno paura di deludere, confondono l’amore con il sacrificio.

Spesso raccontano di sentirsi forti agli occhi del mondo e incredibilmente soli nel proprio mondo interiore. È una solitudine particolare, perché nasce dall’aver imparato che nessuno si sarebbe occupato di loro.

Come intervengono le Terapie Brevi

Le Terapie Brevi offrono un contributo prezioso proprio perché non si limitano a ricostruire la storia della sofferenza, ma aiutano la persona a comprendere come quel copione continui ancora oggi a mantenersi vivo e, soprattutto, quali modalità concrete permettano di interromperlo.

L’obiettivo non è cancellare il passato, ma modificare il modo in cui il passato continua a organizzare il presente.

Attraverso interventi mirati, il terapeuta accompagna la persona a riconoscere le proprie tentate soluzioni disfunzionali, ovvero tutti quei comportamenti che, pur essendo stati estremamente utili durante l’infanzia, oggi alimentano la sofferenza: salvare tutti, anticipare continuamente i bisogni altrui, evitare il conflitto, assumersi responsabilità eccessive, vivere nel controllo costante.

Le Terapie Brevi aiutano progressivamente a costruire nuove esperienze emotive correttive, nelle quali diventa possibile sperimentare che dire “no” non significa essere egoisti, che chiedere aiuto non equivale a essere deboli e che il proprio valore personale non dipende dalla quantità di problemi che si riescono a risolvere per gli altri.

In questo percorso il cambiamento non avviene soltanto attraverso la comprensione razionale, ma soprattutto attraverso nuove esperienze relazionali e nuovi modi di agire che modificano profondamente la percezione di sé.

Riscoprire il diritto di essere figli

Uno degli aspetti più delicati del percorso terapeutico consiste nell’accompagnare la persona verso una scoperta tanto semplice quanto rivoluzionaria: non è mai stato suo compito salvare i propri genitori.

Accogliere questa verità può essere doloroso, perché significa anche entrare in contatto con il lutto dell’infanzia che non si è potuta vivere, con le carezze mai ricevute, con le parole mai ascoltate, con quella leggerezza che è stata sostituita troppo presto dal senso del dovere.

Ma proprio attraversando questo dolore diventa possibile costruire qualcosa di nuovo.

Non si tratta di smettere di amare i propri genitori. Si tratta di imparare ad amarli senza rinunciare a se stessi. Di comprendere che la compassione non richiede il sacrificio. Che l’affetto non coincide con l’annullamento. Che prendersi cura di sé non significa abbandonare gli altri.

Infatti, proprio quelle persone che hanno imparato a sostenere tutto e tutti custodiscono anche una straordinaria capacità di rinascere, perché la sensibilità, la resilienza e l’empatia che hanno sviluppato possono trasformarsi, grazie a un percorso terapeutico adeguato, da strumenti di sopravvivenza in autentiche risorse di vita.

Le Terapie Brevi accompagnano questo cambiamento con rispetto, competenza e concretezza, aiutando la persona a uscire dal ruolo di Salvatore descritto dal Triangolo di Karpman, a interrompere dinamiche relazionali che alimentano la sofferenza e a costruire un nuovo equilibrio nel quale la cura degli altri non escluda finalmente la cura di sé.

Perché ogni figlio, indipendentemente dall’età che ha oggi, merita di riscoprire una verità tanto semplice quanto profonda: non si può portare il peso di un’intera famiglia senza, prima o poi, dimenticare il proprio cuore. E prendersi cura di quel cuore non è un atto di egoismo, ma il primo autentico gesto di libertà.

Dr Flavio Cannistrà

Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy

co-Direttore dell’Istituto ICNOS

Terapia Breve

Terapia a Seduta Singola

Ipnosi

Bibliografia

Haley J. (1978). Tecniche di Terapia della Famiglia, Roma: Astrolabio.

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