L’ossessione del respiro: la dispnoneurosi

“Fammi sentire il respiro. Com’è? Sto respirando bene? Aspetta… aspetta… Oddio mi manca l’aria. Aspetta, fammi concentrare…”

Hai pensieri come questi? Ti concentri sul respiro e cerchi di regolarlo?

Non è raro, sai?
Ed è un problema per molti.

Si tratta di un controllo ossessivo del respiro che porta a un’ansia crescente. La buona notizia è che non si muore per questa cosa. E l’ottima notizia è che con qualche tecnica di Terapia Breve si può risolvere.

Cos’è l’ossessione del respiro

Innanzitutto la dispnoneurosi (o dispnea nevrotica) non è un’ossessione.

“Come no?! Ma io sono ossessionato dal mio respiro!”

Sì, beh, ma in genere noi psicologi per “ossessione” intendiamo un contenuto mentale (un’idea, un’immagine, un pensiero) che si presenta al di là della nostra volontà: arriva e basta, e non possiamo farci niente.

“Quindi è una compulsione?”
Non proprio, perché una compulsione è un impulso irrefrenabile a fare qualcosa, a livello di azione o di pensiero (ad esempio ripetendo frasi, formule o filastrocche), impulso che non si può controllare.

No, diciamo piuttosto che, pur rientrando nel generico ambito delle ossessioni e compulsioni, è più una forma di “controllo ossessivo”. Cioè un controllo ripetuto e vissuto (quasi) come impossibile da non ottenere.

E qui abbiamo già parte della soluzione.

Non controllare per avere il controllo

Perché un problema si mantiene in vita?

Perché faccio qualcosa che lo mantiene in vita.

“Beh questa massima…”.

Sì, lo so, è un po’ semplice… eppure è vera.

La stragrande maggioranza dei nostri problemi, inclusi disturbi e psicopatologie (e se segui ogni settimana questo blog ormai ne sei consapevole), è legata al fatto che facciamo delle cose che li mantengono in vita.

Se hai letto gli articoli sulle “tentate soluzioni disfunzionali” sai che molte di queste cose sono dei tentativi di “risolvere” il problema, o di affrontarlo, che però non fanno altro che peggiorarlo.

Ecco, puoi capire già da qui una realtà semplice: se individui ciò che fai per risolvere un problema e che non funziona, e lo blocchi, hai vinto!
Ma ovviamente ci sono due ma

  1. Quali sono i comportamenti che mantengono in vita questo problema?
  2. Come li blocchi?

Cosa mantiene il controllo ossessivo del respiro 

Neanche a dirlo ciò che mantiene in essere il controllo ossessivo del respiro è… il controllo.

“Dai!? Non l’avrei mai detto…”
Vero?
“Ma su, mi aspetto che ci sia altro. Qualche forma di conflitto inconscio, di fobia segreta…”

Ma queste sono spiegazioni delle cause che, perdonami, sono più speculazioni teoriche e, soprattutto, non ti aiutano a risolvere il problema.

No, il punto è proprio che si tratta di un’abitudine a controllare che ha finito per essere disfunzionale. Certo, può sorgere anche da motivazioni ben precise. Ad esempio chi soffre di anginofobia (la paura di strozzarsi quando si deglutisce, che peraltro è un’altra forma di controllo ossessivo) spesso ha vissuto un momento in cui si stava strozzando davvero.

E non è un caso, dunque, che molti atleti soffrano di dispnoneurosi, specialmente quelli che devono stare in apnea: il controllo del respiro è, per loro, fondamentale.

E cosa succede?
Succede che stando sempre focalizzati sul proprio respiro, o standoci in un momento particolare o allarmante, finiamo proprio per rimanerci troppo e costantemente.

E hai capito perché questo è un problema?

Il controllo inibisce la spontaneità

Quando un processo è spontaneo, automatico, cioè non necessita del controllo cosciente e volontario, metterci sopra tale controllo non fa che… cortocircuitarlo.

In altre parole, quando cerchi di controllare (anche solo nel senso di “osservare costantemente e attentamente”) un processo fisiologico e spontaneo, lo destabilizzi.

Ecco perché il controllo del respiro è un problema.

Respirare è la cosa più normale del mondo: la fai e basta, non hai bisogno di pensarci.

Se però cominci a farlo, se cominci a pensarci, finirai proprio per alterare questa funzione spontanea.

E che succede a quel punto?
Succede che il respiro si fa corto, che ti manca l’aria, che ti sembra di annaspare, che temi di poter soffocare…

E questo a cosa porta?
Porta a un maggiore controllo del respiro, che ti porterà a sentirlo ancora più corto, annaspante, soffocante…

Non è raro, infatti, che chi soffre di questo problema arrivi a vivere veri e propri stati ansiosi, se non proprio degli attacchi di panico.

Quindi, che si fa?

Interrompere il controllo ossessivo del respiro

Banalmente, ciò che devi fare è interrompere questo controllo ossessivo.

“Ma non ci riesco! E’ più forte di me!”

No, non lo è.

Cioè, sì, ci credo che lo è, ma chiediti: perché?

La risposta è che ormai si è instaurata un’abitudine. 

E’ come per il Covid: nel momento in cui ci hanno detto come si trasmetteva abbiamo iniziato tutti a vedere gente che starnutiva in ogni dove.

Non solo: abbiamo iniziato a non sentire i sapori e gli odori, a percepire il minimo mal di testa dopo il vaccino, a monitorare ogni singolo aumento di temperatura con sospetto…

In altre parole, abbiamo portato la nostra attenzione (troppa!) su un determinato punto, finché ci siamo abituati a fare tutta una serie di cose: puoi avere 20, 30, 40 o 60 anni, ma ti sei anche tu abituato a non allungare più la mano quando ti presenti a qualcuno.

Lo stesso vale per il controllo della respirazione.

Ti sei abituato a monitorarla, a “guardare” (con la mente) il tuo petto, a “osservare” l’aria che scende. Ma questo, come detto, non fa che alterare e peggiorare la cosa.

Cosa devi fare quindi?
Devi creare una nuova abitudine.

Abituarsi a non controllare la respirazione

Questo è importante, perché ti dice una cosa: dovrai farlo per un po’.

Non per anni, nemmeno per mesi. Probabilmente basterà qualche settimana, ma devi farlo con costanza.


“Ma come?”

Bene, ci sono diverse tecniche, ma te ne dico una molto semplice, così da poterla applicare subito e facilmente.

Tutte le volte che ti scopri a osservare il tuo respiro, schiocca le dita, dì il tuo nome e aggiungi “Torna qua!”.
Ad esempio: *snap!* “Marcella, torna qua!”

“…mi stai davvero dicendo di fare una cosa simile?”

Questa tecnica, che ho perfezionato con l’esperienza clinica, è più elaborata di quanto sembri. Unisce uno stimolo acustico (lo *snap!* e la frase), cenestetico (lo sfregamento delle dita), comportamentale (lo schioccare), linguistico (la frase) e cognitivo (il riportare l’attenzione su ciò che si sta facendo in quel momento – fosse anche starsene seduti a guardare la TV) che insieme concorrono ad aiutarti a interrompere l’abitudine disfunzionale instauratasi.

Naturalmente non basterà farlo una volta e nemmeno dieci. Ma più lo farai, meno avrai bisogno di farlo.

Il punto, ricordalo, è che devi smontare un’abitudine ossessiva. Per farlo hai bisogno di interromperla un numero sufficiente di volte tale per cui si instaurerà un’abitudine nuova, sana, fisiologica: l’abitudine a non controllare.

Quando c’è bisogno di qualcosa in più

La tecnica è formidabile: anche quando la uso in seduta dà molta soddisfazione ai miei clienti.

Il mio consiglio primario è di applicarla per almeno due settimane, tutti i giorni, tutte le volte che ti sorprendi a controllare il respiro. Non fa nulla se te ne accorgi dopo dieci minuti che lo stavi facendo. Non fa nulla nemmeno se, cinque secondi dopo aver schioccato le dita, la mente torna sul respiro.

Keep going. Continua a farlo. La costanza è il segreto.


Se poi non dovesse essere sufficiente, beh, allora puoi pensare di rivolgerti a uno psicologo. In poche sedute ci si può liberare di questo problema, ripristinando una corretta attenzione (o non-attenzione) al respiro e facendo sì che l’ossessione svanisca… in un soffio.

Bibliografia

Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Milano: Ponte alle Grazie.

Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. Milano: Ponte alle Grazie.

Watzlawick, P. et al. (1974).  Change. Sulla Formazione e la soluzione dei problemiRoma: Astrolabio, 1975.

Dr Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi

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