Alcune paure arrivano da fuori ed alcune paure, invece, sembrano nascere da dentro. Le prime hanno un volto riconoscibile: un incidente, una malattia, una perdita, un cambiamento improvviso. Le seconde, invece, sono molto più difficili da raccontare, perché non sembrano avere un nemico visibile contro cui difendersi e finiscono per insinuare un dubbio tanto silenzioso quanto devastante: “E se il problema fossi io? E se fosse la mia mente a non funzionare più come dovrebbe?”
La paura di impazzire appartiene proprio a questa seconda categoria. È una sofferenza profondamente solitaria, spesso accompagnata da un senso di vergogna che porta chi ne soffre a custodirla gelosamente, quasi fosse un segreto indicibile, nella convinzione che confidarlo a qualcuno potrebbe trasformare quel timore in una drammatica conferma. Per questo motivo moltissime persone convivono per mesi, talvolta per anni, con un dolore completamente invisibile agli occhi degli altri: continuano a lavorare, a prendersi cura della propria famiglia, a sorridere durante una conversazione, a partecipare alle cene con gli amici, mentre dentro di loro si consuma una battaglia estenuante, fatta di dubbi incessanti, controlli continui e tentativi disperati di capire se ciò che sta accadendo rappresenti davvero l’inizio della perdita della ragione.
È difficile spiegare a chi non l’ha mai vissuta che cosa significhi avere paura della propria mente. È una condizione nella quale il luogo che dovrebbe offrire maggiore sicurezza diventa improvvisamente il più temuto, come se la casa nella quale si è sempre abitato iniziasse lentamente a perdere consistenza sotto i propri piedi, costringendo chi la abita a camminare con estrema cautela per timore che il pavimento possa cedere da un momento all’altro. Ogni pensiero viene osservato con sospetto, ogni emozione viene analizzata, ogni sensazione insolita diventa oggetto di un’interpretazione allarmistica e ciò che, fino a poco tempo prima, scorreva spontaneamente senza richiedere alcuna attenzione, si trasforma nel centro assoluto della propria esistenza.
La tragedia psicologica di questa esperienza risiede proprio nel fatto che la persona continua a percepirsi lucida. Sa perfettamente che quella paura appare irrazionale, eppure non riesce a liberarsene. Anzi, proprio questa consapevolezza finisce spesso per aumentare la sofferenza, perché nasce un nuovo interrogativo, ancora più angosciante: “Se mi rendo conto che questi pensieri sono assurdi, perché continuano a tornare? E se il fatto stesso che non riesca a fermarli fosse il segnale che sto davvero perdendo il controllo?”
Da questo momento in poi la mente smette di essere vissuta e comincia a essere osservata.
Ed è questo uno dei passaggi più importanti da comprendere, perché rappresenta l’inizio di quel meccanismo che, secondo il modello delle Terapie Brevi, finisce per alimentare e mantenere il problema.
Quando la mente smette di essere una compagna di viaggio e diventa un oggetto di sorveglianza
La maggior parte delle persone attraversa la propria giornata senza prestare particolare attenzione al fatto di pensare. I pensieri scorrono come le nuvole attraversano il cielo: alcuni attirano l’attenzione, altri svaniscono senza lasciare traccia, molti non vengono nemmeno registrati dalla coscienza. È un processo spontaneo, automatico, incredibilmente complesso e proprio per questo straordinariamente efficiente.
Per chi soffre della paura di impazzire, invece, questo equilibrio si rompe lentamente, quasi senza accorgersene. A un certo punto, spesso dopo un periodo di forte stress, un attacco di panico, un lutto, un cambiamento importante o semplicemente un momento di particolare vulnerabilità emotiva, compare un pensiero che colpisce più degli altri. Può trattarsi di un’immagine improvvisa, di una sensazione di irrealtà, di un dubbio apparentemente inspiegabile oppure della semplice domanda: “E se stessi impazzendo?”
Per la maggior parte delle persone questo interrogativo avrebbe la stessa consistenza di una nuvola sospinta dal vento: comparirebbe e, nel giro di pochi istanti, scomparirebbe lasciando spazio ad altro. Per chi è particolarmente sensibile all’ansia, invece, quel pensiero si comporta come un seme che cade su un terreno estremamente fertile e, nel momento stesso in cui viene interpretato come pericoloso, comincia a mettere radici.
È proprio l’interpretazione a fare la differenza.
Non è il pensiero in sé a diventare il problema, bensì il significato che gli viene attribuito.
Da quel momento ogni esperienza mentale inizia a essere osservata attraverso una lente deformante che sembra ingigantire ogni dettaglio. La persona non si limita più a pensare: osserva il fatto di pensare. Non si limita più a provare emozioni: osserva il modo in cui le sta provando. Non si limita più a vivere: controlla continuamente come sta vivendo.
È come se un violinista, nel bel mezzo di un concerto, smettesse di lasciarsi guidare dall’armonia della musica e iniziasse a controllare volontariamente ogni singolo movimento delle dita, ogni tensione del polso, ogni inclinazione dell’archetto. Ciò che fino a un momento prima fluiva con naturalezza diventerebbe improvvisamente rigido, faticoso, incerto. Non perché il musicista abbia perso la propria abilità, ma perché il controllo volontario ha interferito con un processo che funziona proprio quando gli viene permesso di funzionare spontaneamente.
La mente segue una logica sorprendentemente simile. Più viene controllata, meno appare spontanea e meno appare spontanea, più sembra confermare la paura di non funzionare più correttamente.
È questo il primo, grande paradosso nel quale rimangono intrappolate le persone che soffrono della paura di impazzire: nel tentativo comprensibile di proteggersi, finiscono inconsapevolmente per alimentare proprio quell’esperienza che desiderano eliminare.
Le tentate soluzioni: quando il tentativo di uscire dal problema diventa il problema
“Perché mi è venuto in mente proprio questo?”, “È normale avere un pensiero del genere?”, “Prima ero così?”, “Perché continuo a controllare?”, “E se stessi iniziando a perdere il contatto con la realtà senza accorgermene?”, “E se tutti gli altri se ne rendessero conto prima di me?”, “E se un giorno non riuscissi più a riconoscere ciò che è reale?”
Domande come queste non cercano davvero una risposta. Sembrano piuttosto comportarsi come secchi calati in un pozzo senza fondo: ogni volta che vengono gettati nella speranza di trovare finalmente una certezza, tornano in superficie soltanto con nuovi dubbi, rendendo necessario ripetere ancora una volta la stessa ricerca, in un ciclo che non sembra avere una conclusione.
Secondo il modello delle Terapie Brevi, non è soltanto il problema iniziale a mantenere la sofferenza, ma soprattutto il modo in cui la persona cerca di risolverlo. Quelle che vengono definite tentate soluzioni rappresentano infatti tutti quei comportamenti messi in atto con l’intenzione sincera di stare meglio, ma che finiscono, senza che la persona lo desideri, per rafforzare esattamente ciò da cui vorrebbe liberarsi.
- Controllare continuamente la propria mente
Il controllo rappresenta probabilmente il tentativo più frequente. La persona ritiene che, osservandosi costantemente, potrà accorgersi in tempo di qualsiasi cambiamento e rassicurarsi sul fatto che tutto stia funzionando correttamente. Così controlla la qualità dei propri pensieri. Controlla la memoria. Controlla la capacità di concentrarsi. Controlla le emozioni. Controlla perfino il modo in cui pronuncia alcune parole, chiedendosi se abbia esitato troppo, se abbia dimenticato qualcosa o se quella lieve distrazione possa rappresentare il primo sintomo di una malattia grave.
Ciò che non si rende conto di fare è trasformare un processo spontaneo in un processo volontario ed è proprio questo a generare la sensazione di estraneità.
Quando osserviamo continuamente qualcosa che normalmente funziona da sola, quella stessa funzione perde naturalezza. Pensiamo a quante difficoltà incontreremmo se decidessimo di controllare consapevolmente ogni singolo respiro durante l’intera giornata. Respirare diventerebbe faticoso, innaturale, perfino ansiogeno. Non perché il nostro organismo abbia smesso di funzionare, ma perché abbiamo interferito con un meccanismo che dà il meglio di sé quando viene lasciato libero di autoregolarsi e la mente non è diversa.
- La ricerca infinita di rassicurazioni
Un’altra tentata soluzione estremamente frequente consiste nel cercare continue conferme.
“Secondo te sto bene?”, “Ti sembra che io sia cambiato?”, “Hai mai conosciuto qualcuno che è impazzito?”, “Pensi che io possa diventare schizofrenico?”
Per qualche minuto la rassicurazione funziona. La tensione diminuisce. Il cuore rallenta. Sembra che tutto sia tornato sotto controllo, ma quella tranquillità dura poco.
La mente ricomincia quasi subito a produrre un nuovo dubbio.
“E se la persona che mi ha rassicurato si fosse sbagliata?”, “E se non avesse capito?”, “E se il problema fosse ancora troppo piccolo per essere notato?”.
La rassicurazione diventa allora simile all’acqua salata bevuta da chi ha sete nel deserto: offre un sollievo immediato, ma aumenta progressivamente il bisogno di berne ancora.
- Le ricerche compulsive su Internet
Viviamo in un’epoca nella quale ogni sintomo può essere digitato in un motore di ricerca nel giro di pochi secondi. Per chi soffre della paura di impazzire, questa possibilità rappresenta spesso una trappola.
Si cercano articoli, testimonianze, video, forum, descrizioni di sintomi, differenze tra ansia e psicosi, differenze tra attacchi di panico e schizofrenia, differenze tra pensieri intrusivi e perdita della realtà.
L’obiettivo è tranquillizzarsi. Il risultato è quasi sempre l’opposto.
Per ogni articolo rassicurante ne compare uno ambiguo. Per ogni spiegazione scientifica emerge il racconto drammatico di qualcuno. La mente seleziona automaticamente tutto ciò che conferma la paura, ignorando ciò che la smentisce. Così la ricerca diventa infinita.
Ogni risposta genera una nuova domanda. Ogni dubbio ne produce altri dieci. È come tentare di svuotare il mare utilizzando un bicchiere.
- L’evitamento: restringere la propria vita per sentirsi più al sicuro
Molte persone iniziano lentamente a evitare situazioni nelle quali temono che la paura possa aumentare.
Evitano di rimanere da sole, oppure, al contrario, evitano i luoghi affollati.
Rinunciano ai viaggi. Smettono di guidare. Escono sempre accompagnate. Limitano le esperienze nuove. Riducono gli impegni.
All’inizio queste rinunce sembrano offrire una sensazione di sicurezza. In realtà il messaggio che il cervello riceve è molto diverso.
Ogni evitamento comunica implicitamente: “Se lo sto evitando significa che è davvero pericoloso”.
Così la paura cresce. Lo spazio della vita si restringe. E ciò che inizialmente era soltanto un dubbio finisce lentamente per occupare il centro dell’esistenza.
È come costruire ogni giorno un muro in più attorno alla propria casa per sentirsi protetti, senza accorgersi che, mattone dopo mattone, quella casa si sta trasformando in una prigione.
Che cosa succede ogni volta che cerchi di risolvere il problema?
La persona cerca di comprendere da dove arrivino quei pensieri, perché siano comparsi proprio in quel momento della vita, quale trauma possa averli provocati, quale caratteristica della propria personalità li può aver resi così persistenti. Sono domande comprensibili, certamente legittime, ma che, molto spesso, non modificano minimamente ciò che accade nella quotidianità. Sapere perché una porta si è chiusa non significa automaticamente possedere la chiave per riaprirla.
Le Terapie Brevi, invece, si concentrano soprattutto sul modo in cui quella porta continua a rimanere chiusa oggi. Perché è nel presente che il problema continua ad alimentarsi ed è nel presente che può essere interrotto.
Il problema non sono i pensieri. Il problema è la lotta contro i pensieri.
Questo rappresenta uno dei passaggi più importanti dell’intero percorso terapeutico e, allo stesso tempo, uno dei più difficili da accettare.
Per anni hai probabilmente creduto che il tuo obiettivo fosse eliminare quei pensieri. Non averli più. Non sentirli più. Smettere definitivamente di chiederti se potresti impazzire. Eppure è proprio questo tentativo a mantenere viva la sofferenza.
Immagina di trovarti sulla riva di un fiume e di vedere scorrere nell’acqua delle foglie trasportate dalla corrente. Alcune sono grandi, altre piccole, alcune ti piacciono, altre no. Finché rimani sulla riva, puoi osservarle arrivare e poi allontanarsi. Se invece decidi di tuffarti nel fiume per cercare di fermare soltanto le foglie che non ti piacciono, scoprirai molto presto che l’acqua continuerà a scorrere con la stessa forza e che, nel tentativo di bloccarla, finirai soltanto per essere trascinato dalla corrente.
I pensieri funzionano in modo sorprendentemente simile. Non siamo noi a decidere quali compariranno nella nostra mente. Possiamo decidere soltanto che rapporto instaurare con essi. È questa la differenza che cambia tutto. Non è il pensiero a imprigionare. È il tentativo continuo di liberarsene.
Ritrovare fiducia nella propria mente
Uno degli obiettivi più importanti del percorso terapeutico consiste nel ricostruire quel rapporto di fiducia che, lentamente, la persona ha perso con sé stessa.
La fiducia non nasce dal controllo, ma nasce dall’esperienza ripetuta di poter vivere senza controllare.
È un po’ come imparare nuovamente a galleggiare. Chi ha paura dell’acqua irrigidisce ogni muscolo nel tentativo disperato di non affondare, ma proprio quella rigidità rende il corpo meno capace di lasciarsi sostenere dall’acqua. Soltanto quando, gradualmente, scopre di poter allentare quella tensione senza sprofondare, inizia a sperimentare qualcosa di nuovo: non è lo sforzo a mantenerlo a galla, ma la capacità di affidarsi.
Anche la mente possiede una straordinaria capacità di autoregolazione. Da milioni di anni produce pensieri, emozioni, ricordi, immagini, intuizioni, paure, sogni e fantasie senza che noi dobbiamo dirigerla volontariamente.
È quando smettiamo di fidarci di questa capacità che iniziamo, inconsapevolmente, a interferire con il suo funzionamento naturale.
Per tutte queste ragioni vorrei porti una domanda, ma non cercare subito una risposta. Limitati a portarla con te per qualche giorno: “Se tutto il tempo, l’energia, le preoccupazioni e gli sforzi che oggi dedichi a controllare la tua mente improvvisamente sparissero, come cambierebbe la tua giornata? Che cosa torneresti a fare? Dove andresti? Con chi passeresti il tuo tempo? Quali progetti riprenderesti?”
Spesso le persone si accorgono che il problema non ha soltanto occupato la loro mente, ma ha lentamente occupato la loro vita.
Ecco perché il percorso terapeutico non si limita a ridurre l’ansia: restituisce spazio, restituisce tempo, restituisce libertà.
Non sei la tua paura. Forse, da troppo tempo, hai iniziato a definirti attraverso ciò che temi.Ti dici che sei fragile, che sei diverso dagli altri, che la tua mente è pericolosa, che non potrai mai tornare come prima.
Eppure, se osserviamo con attenzione tutto ciò che hai fatto fino a oggi, emerge un’immagine completamente diversa. Non vediamo una persona che sta perdendo la ragione. Vediamo una persona che, spaventata dall’idea di perderla, ha investito una quantità enorme di energie nel tentativo di impedirlo. È una differenza enorme.
Perché significa che il problema non è mai stato una mente fuori controllo. Il problema è stato un sistema di protezione diventato così intenso da trasformarsi, con il tempo, nella gabbia dalla quale stai cercando di uscire.
Ed è proprio questa gabbia che le Terapie Brevi aiutano a smontare, un meccanismo alla volta, fino a permettere alla persona di fare un’esperienza tanto semplice quanto rivoluzionaria: tornare a vivere senza sentirsi costantemente costretta a controllare il fatto di essere viva.
Quando questo meccanismo viene compreso e affrontato attraverso un percorso terapeutico strutturato, molte persone scoprono qualcosa che avevano dimenticato da tempo: la mente non è un nemico da sconfiggere, ma una compagna di viaggio con cui è possibile tornare a convivere serenamente.
Se ti sei riconosciuto in queste righe, concediti la possibilità di non affrontare tutto questo da solo. Un percorso di Terapia Breve, costruito sulle caratteristiche specifiche della tua sofferenza e orientato ai meccanismi che oggi la mantengono, può aiutarti a interrompere quel circolo vizioso che sembra non avere fine e a ritrovare, passo dopo passo, quella fiducia nella tua mente che la paura ti ha fatto credere di avere perduto.
Perché l’obiettivo della terapia non è convincerti che non impazzirai. È molto più profondo.
È aiutarti a fare un’esperienza concreta nella quale quella domanda, giorno dopo giorno, perda importanza fino a smettere di governare la tua vita. Ed è proprio in quel momento, quasi sempre senza accorgertene, che ricomincerai a fare ciò che la paura ti aveva sottratto: vivere.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. Milano: Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Milano: Ponte alle Grazie.