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Home - Blog - 3 articoli in cui le Terapie Brevi possono aiutarti quando non ti piaci più

3 articoli in cui le Terapie Brevi possono aiutarti quando non ti piaci più

  • Agosto 26, 2026
  • flaviocannistra

Ci sono momenti in cui il rapporto con la propria immagine comincia a cambiare quasi senza che ce ne accorgiamo: all’inizio è soltanto una fotografia che non ci piace, uno sguardo allo specchio che ci lascia insoddisfatti, un confronto con qualcuno che ci sembra più bello, più magro, più sicuro, più desiderabile. Poi, lentamente, quella piccola crepa può diventare una lente attraverso la quale iniziamo a osservare tutto ciò che siamo, fino a quando non guardiamo più semplicemente il nostro corpo, il nostro volto o la nostra immagine, ma cerchiamo continuamente una conferma alla paura di non essere abbastanza.

E allora lo specchio può trasformarsi in un tribunale, la fotografia in una sentenza, i social network in una vetrina davanti alla quale sentirsi sempre un passo indietro, mentre il tentativo di rassicurarsi, controllandosi, confrontandosi, chiedendo agli altri se siamo davvero belli, evitando determinate situazioni o cercando di correggere ogni particolare, finisce paradossalmente per mantenere vivo proprio quel disagio dal quale vorremmo liberarci.

È una sofferenza molto più comune di quanto si possa pensare e, soprattutto, è una sofferenza che merita di essere accolta senza giudizio, perché dietro il desiderio di cambiare il proprio aspetto spesso non c’è superficialità, vanità o capriccio, ma il bisogno profondamente umano di sentirsi adeguati, desiderabili, riconoscibili e degni di essere amati.

Le Terapie Brevi possono essere utili proprio quando questo bisogno si è trasformato in una trappola, perché invece di chiedere alla persona di aspettare che tutto cambi dopo aver compreso ogni dettaglio della propria storia, cercano di individuare come il problema funziona oggi, quali tentativi lo alimentano e quali piccoli cambiamenti concreti possono interrompere il circolo vizioso.

In questo articolo vorrei accompagnarti attraverso tre porte, tre prospettive diverse ma profondamente collegate tra loro, prendendo spunto da tre articoli dedicati al rapporto con l’immagine di sé, al corpo e alla paura di non piacersi.

1. Quando i social diventano uno specchio che non restituisce più la realtà

I social network hanno modificato il modo in cui guardiamo gli altri e, inevitabilmente, anche il modo in cui guardiamo noi stessi.

Non incontriamo più soltanto persone reali, con i loro corpi, le loro giornate storte, le espressioni involontarie, la stanchezza e le imperfezioni, incontriamo fotografie selezionate, angolazioni studiate, immagini illuminate nel modo migliore, momenti scelti tra decine di altri momenti, e spesso confrontiamo la nostra realtà quotidiana con la versione più accuratamente costruita della realtà altrui.

È una gara particolare, perché le regole sono profondamente ingiuste: degli altri vediamo il risultato, di noi conosciamo anche tutto il dietro le quinte.

Un articolo, pubblicato sul mio blog, affronta proprio il rapporto tra social network, immagine corporea e autostima, sottolineando come il confronto con le immagini delle persone conosciute possa favorire una valutazione negativa del proprio aspetto. 

Leggi l’articolo “Facebook ti fa brutta: il social network e l’immagine di sé”.

2. Cambiare il corpo o cambiare il modo in cui lo guardiamo?

Quando non ci piace una parte del nostro corpo, la soluzione può sembrare ovvia: devo cambiarla.

E cambiare qualcosa del proprio aspetto, di per sé, non è necessariamente un problema.

Il punto delicato è capire che cosa pensiamo che quel cambiamento dovrebbe finalmente risolvere.

Se desidero allenarmi perché mi piace sentirmi più forte, è una cosa.

Se penso che soltanto quando avrò quel corpo potrò uscire con gli altri, farmi fotografare, innamorarmi o sentirmi degno di essere guardato, allora il corpo ha iniziato a portare sulle proprie spalle un peso enorme: quello della mia intera autostima.

Un caso clinico pubblicato sul sito racconta, attraverso una storia dichiaratamente inventata e basata sulla mia esperienza clinica, il percorso di una giovane persona che viveva una relazione estremamente conflittuale con il proprio corpo e con il cibo. 

 Leggi l’articolo “Casi clinici: Cambiare corpo o cambiare percezione? Questo è il problema…”.

3. La paura di non piacersi: quando lo specchio diventa un giudice

Forse conosci quella sensazione in cui ti guardi allo specchio per qualche secondo e poi, quasi senza accorgertene, inizi a cercare.

Il naso. La pelle. I capelli. La pancia. Le gambe. Il sorriso.

Quella piccola asimmetria che gli altri probabilmente non noterebbero mai e che, invece, ai tuoi occhi sembra occupare tutto lo spazio.

Lo specchio rimane fermo, ma la mente comincia a correre.

E più guardi, più trovi. Più trovi, più controlli. Più controlli, più diventa difficile smettere di guardare.

L’articolo più recente dedicato alla paura di non piacersi descrive proprio questo passaggio: il dettaglio che inizialmente appare come una semplice insoddisfazione può diventare progressivamente una lente attraverso la quale interpretare l’intera immagine di sé. 

Leggi l’articolo “La paura di non piacersi: come uscirne con le Terapie Brevi”.

Perché le Terapie Brevi possono aiutarti

Quando una persona soffre per il proprio aspetto, è facile pensare che debba prima capire perfettamente da dove viene tutto questo.

A volte la propria storia è certamente importante.

Ma le Terapie Brevi introducono una domanda differente, che può aprire una porta anche quando ci sentiamo intrappolati: “Che cosa mantiene oggi questo problema?”

È una domanda apparentemente semplice, ma può cambiare completamente il modo di guardare alla difficoltà. Perché se il problema viene mantenuto da determinati comportamenti: controllare, evitare, confrontarsi, cercare rassicurazioni, correggersi continuamente, allora possiamo iniziare a lavorare proprio lì. Non per colpevolizzarci, ma per restituirci margine di scelta.

Forse il punto non è imparare ad amare ogni centimetro del proprio corpo. Forse non è nemmeno necessario guardarsi allo specchio e pensare ogni giorno “sono bellissimo”.

A volte un obiettivo molto più realistico e profondamente liberatorio è un altro: smettere di vivere sotto esame.

Poter uscire senza controllare continuamente come appari. Poter mangiare senza trasformare ogni alimento in un giudizio su di te. Poter scattare una fotografia senza passarci mezz’ora sopra. Poter incontrare una persona senza chiederti immediatamente se ti troverà abbastanza attraente. Poter guardare un altro essere umano senza trasformarlo automaticamente nel metro con cui misurare il tuo valore.

Perché tu non coincidi con la tua immagine. E la tua immagine, a sua volta, non ha il compito di dimostrare quanto vali.

Se senti che il rapporto con il tuo corpo, con lo specchio, con i social o con il giudizio degli altri sta diventando una prigione, chiedere aiuto non significa ammettere di essere deboli: significa smettere di affrontare da soli una battaglia che, forse, hai combattuto abbastanza a lungo.

Le Terapie Brevi possono offrire uno spazio nel quale osservare ciò che accade senza sentirsi giudicati, comprendere quali tentativi stanno mantenendo la difficoltà e sperimentare modalità nuove e concrete per tornare, passo dopo passo, a guardarti senza dover continuamente chiedere al tuo riflesso il permesso di sentirti abbastanza.

Dr Flavio Cannistrà

Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy

co-Direttore dell’Istituto ICNOS

Terapia Breve

Terapia a Seduta Singola

Ipnosi

Bibliografia

Eckler, P., Kalyango, Y., Paasch, E. (2014). Facebook and College Women’s Bodies: Social Media’s Influence on Body Image and Disordered Eating. Presentato alla 64th Annual International Communication Association Conference, Seattle, WA (22-26 maggio 2014).

Lourdes, P., Congia, C. (2012).101 motivi per abbandonare Facebook e ricostruirsi una vita normale. Mentegatti Digital Edition.

Nardone, G., Verbitz, T. & Milanese, R. (2001). Le prigioni del cibo. Milano: Ponte alle Grazie.

Nardone G., 2004 “Paura, panico, fobie”, Ponte alle Grazie, Milano

Nardone, G. (2005). Al di là dell’amore e dell’odio per il cibo. Milano: Ponte alle Grazie.

Nardone G., 2013 “Psicotrappole”, Ponte alle Grazie, Milano

Nardone G., 2014 “Oltre i limiti della paura”, BUR, Milano

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