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Home - Blog - 3 articoli per ritrovare chiarezza con le Terapie Brevi quando la sessualità diventa un dubbio, un conflitto o una ferita

3 articoli per ritrovare chiarezza con le Terapie Brevi quando la sessualità diventa un dubbio, un conflitto o una ferita

  • Agosto 19, 2026
  • flaviocannistra

Ci sono momenti in cui il rapporto con la propria sessualità può diventare improvvisamente difficile da abitare, quasi come se una stanza che fino a quel momento ci era sembrata familiare si fosse riempita di specchi, e in ogni specchio comparisse una domanda diversa: “Chi sono davvero?”, “Sono gay?”, “Sono lesbica?”, “Perché provo questo?”, “E se avessi sempre sbagliato tutto?”, oppure, quando una relazione importante è già presente, “Come posso dirlo alla persona che amo?”.

Per alcune persone il problema nasce dal conflitto tra ciò che sentono e ciò che pensano di dover essere, per altre prende la forma di un dubbio che torna continuamente, alimentato da controlli, ricerche su Internet, confronti con il passato e tentativi incessanti di trovare una certezza definitiva, per altre ancora arriva quando diventa impossibile continuare a nascondere una parte importante di sé e ci si trova davanti alla paura delle conseguenze che una rivelazione potrebbe avere sulla coppia, sulla famiglia e sulla propria vita.

In tutte queste situazioni, però, è importante partire da un punto fondamentale: l’omosessualità non è una malattia e l’orientamento sessuale, di per sé, non è un disturbo mentale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha progressivamente superato la classificazione dell’omosessualità come disturbo, mentre le principali organizzazioni professionali si oppongono alle cosiddette terapie di conversione e sostengono interventi psicologici che rispettino e affermino l’orientamento della persona.

Questo significa che, quando una persona soffre, non è la sua sessualità a dover essere “aggiustata”.

È la sofferenza, quando diventa un problema, che può meritare ascolto e cura.

E questa distinzione, che potrebbe sembrare soltanto una questione di parole, cambia profondamente il modo in cui è possibile guardare a ciò che sta accadendo.

Quando il problema non è ciò che provi, ma la guerra che hai iniziato a combattere contro ciò che provi

Può accadere che una persona senta attrazione verso qualcuno dello stesso sesso e che, contemporaneamente, una parte di sé continui a pensare che non dovrebbe sentirla.

A volte ci sono valori familiari, educativi o culturali che hanno insegnato, direttamente o indirettamente, che determinati desideri sono sbagliati, altre volte ci sono aspettative sociali, paure, esperienze personali o semplicemente l’immagine che ci si era costruiti di sé e che, improvvisamente, non sembra più combaciare con quello che si sta vivendo.

È come indossare un vestito cucito molti anni prima e accorgersi, un giorno, che non ci sta più bene: il problema non è necessariamente il corpo, né il vestito, ma il conflitto che nasce dal tentativo di costringersi a rientrare in una forma che non corrisponde più alla propria esperienza.

Nell’articolo dedicato all’orientamento sessuale egodistonico, il punto centrale è proprio questo: non è l’orientamento sessuale a rappresentare il problema, ma la sofferenza che può nascere quando ciò che si sente entra in conflitto con l’immagine che si ha di sé o con ciò che si desidererebbe sentire.

E quando questo conflitto diventa intenso, può essere utile chiedersi non soltanto “Che cosa provo?”, ma anche: “Che cosa sto facendo per non provare quello che provo?”, perché talvolta è proprio lì che il disagio comincia ad alimentarsi.

Quando il dubbio “Sono gay?” diventa una trappola mentale

Ci sono persone che non arrivano in terapia perché hanno scoperto con serenità qualcosa di nuovo sulla propria sessualità, ma perché da settimane, mesi o persino anni cercano disperatamente una risposta a una domanda che sembra non trovare mai una conclusione: “Come faccio a sapere con certezza se sono gay?”.

All’inizio può sembrare una domanda legittima, e certamente interrogarsi sul proprio orientamento può essere un’esperienza assolutamente umana.

Il problema nasce quando la ricerca della risposta diventa incessante.

Si comincia a osservare chi si guarda per strada, a controllare le proprie reazioni corporee, a ripercorrere le relazioni passate, a chiedersi se quel bacio significasse qualcosa, a cercare test online, leggere articoli, guardare immagini per verificare la propria reazione, confrontare le fantasie sessuali e poi ricominciare tutto da capo.

Ogni controllo promette di fare chiarezza, ma spesso produce l’effetto opposto.

L’articolo “Come capire se sono gay” descrive proprio questo meccanismo: quando una domanda diventa un pensiero ossessivo, l’attenzione si concentra sempre di più sul dubbio e ciò che prima passava inosservato comincia a essere osservato, analizzato e interpretato continuamente.

È come cercare di ascoltare il silenzio mettendo l’orecchio sempre più vicino a un orologio: più cerchiamo di non sentire il ticchettio, più finiamo per sentirlo.

Se ti riconosci in questo meccanismo, prova per qualche giorno a fare una cosa apparentemente semplice, ma spesso tutt’altro che facile: smetti di verificare.

Non cercare deliberatamente persone dello stesso sesso per capire che cosa senti. Non cercare immagini o video per provocare una reazione. Non rileggere continuamente la tua storia sentimentale per trovare “prove”. Non chiedere continuamente agli altri di rassicurarti. Non trasformare ogni sensazione in un’indagine. E, soprattutto, non trasformare ogni pensiero in una sentenza sulla tua identità.

Questo non significa negare le proprie emozioni o evitare di esplorare la propria sessualità. Significa, piuttosto, interrompere il circuito della verifica quando la verifica stessa è diventata ciò che mantiene il dubbio.

Perché più cerchi una certezza assoluta, più la tua mente può imparare che quella certezza è indispensabile. E più la considera indispensabile, più ogni piccola incertezza diventa una minaccia.

 La sessualità, come la vita affettiva, non sempre si lascia chiudere dentro una risposta binaria.

L’attrazione può essere complessa, le esperienze possono essere diverse, le persone possono comprendere alcuni aspetti della propria sessualità in momenti differenti della vita e non ogni pensiero, fantasia o reazione occasionale costituisce automaticamente una definizione dell’orientamento sessuale.

Questo è particolarmente importante quando la persona è già entrata in un circuito ossessivo, perché cercare di ottenere una certezza matematica attraverso ulteriori controlli rischia di trasformare la propria vita interiore in una sorta di laboratorio nel quale ogni emozione viene sottoposta a esame.

Ma non tutto ciò che proviamo deve essere misurato. Non ogni pensiero deve essere interpretato. Non ogni sensazione deve diventare una prova.

A volte il primo cambiamento consiste proprio nel tornare a vivere ciò che accade senza sottoporlo continuamente a interrogatorio.

Quando entra in gioco una relazione: “Come posso dirlo a mia moglie?”

C’è poi una situazione ancora più delicata, nella quale la questione non riguarda soltanto il rapporto con se stessi, ma anche quello con una persona con cui si è condivisa una parte importante della propria vita.

Può essere un uomo sposato che scopre o riconosce il proprio orientamento omosessuale in età adulta.

Può essere una persona che ha sempre pensato di essere eterosessuale e che soltanto successivamente comprende qualcosa di diverso di sé.

Può essere qualcuno che ha nascosto la propria sessualità per paura, per pressioni familiari, per condizionamenti culturali o semplicemente perché, in quel momento della propria vita, non era ancora in grado di comprendere ciò che stava vivendo.

L’articolo “Sono omosessuale: come faccio coming out con mia moglie?” mette in evidenza proprio la complessità di questo passaggio, ricordando che il coming out non riguarda soltanto la libertà di chi parla, ma anche l’impatto che una rivelazione può avere sulla persona che la riceve e, quando ci sono figli, sull’intero equilibrio familiare.

Per questo fare coming out non dovrebbe essere considerato un semplice “dire una frase”, ma un processo nel quale è importante prepararsi anche alle emozioni, alle domande e alle conseguenze che possono seguire.

Le Terapie Brevi: perché possono essere utili quando il problema si è trasformato in un circolo vizioso

Quando si vive una difficoltà legata alla propria sessualità, può sembrare necessario raccontare ogni dettaglio della propria vita per arrivare, prima o poi, alla spiegazione definitiva.

Le Terapie Brevi possono invece adottare un’altra prospettiva: partire dal presente, osservare come il problema funziona oggi, comprendere quali tentativi la persona sta mettendo in atto per risolverlo e verificare se proprio quei tentativi, paradossalmente, stanno contribuendo a mantenerlo.

È un modo di procedere molto concreto, per costruire un lavoro focalizzato, personalizzato ed orientato al cambiamento, definendo obiettivi concreti e verificando progressivamente che cosa funziona.

 “Qual è il comportamento che stai ripetendo oggi che ti impedisce di trovare l’uscita?”. Questa domanda può aprire una porta che prima non si vedeva.

Può essere, infatti, utile rivolgersi a uno psicologo quando il dubbio occupa gran parte della giornata, quando i controlli e le rassicurazioni diventano incontrollabili, quando la vergogna o il senso di colpa interferiscono con la vita quotidiana, quando una relazione è entrata in una crisi profonda oppure quando il peso di un segreto sembra diventato impossibile da sostenere.

Le Terapie Brevi possono essere prese in considerazione proprio perché non promettono di cambiare chi sei, ma possono aiutarti, piuttosto, a capire che cosa ti sta impedendo di vivere con maggiore libertà ciò che sei e ciò che senti.

Perché stare meglio non significa necessariamente avere finalmente una risposta a ogni domanda. A volte significa poter vivere anche quando una domanda non ha ancora una risposta. A volte significa smettere di controllare. A volte significa trovare il coraggio di parlare. A volte significa accettare che una persona che amiamo abbia bisogno di tempo. E, soprattutto, significa poter tornare a respirare senza sentirsi costantemente sotto esame.

Dr Flavio Cannistrà

Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy

co-Direttore dell’Istituto ICNOS

Terapia Breve

Terapia a Seduta Singola

Ipnosi

Bibliografia

Galimberti, U. (1999). Enciclopedia di psicologia. Torino: Garzanti.

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