8 differenze tra la Terapia Breve e la Terapia Cognitivo-Comportamentale (2) - LO STUDIO DELLO PSICOLOGO

8 differenze tra la Terapia Breve e la Terapia Cognitivo-Comportamentale (2)

psicologo monterotondo

Differenze tra la Terapia Breve e la Terapia Cognitivo-Comportamentale.

Molti si chiedono quali possano essere le differenze tra la Terapia Breve e altre forme di psicoterapia.

Mentre qualche tempo fa avevo illustrato le differenze con la Psicoanalisi (qui e qui), la scorsa settimana ho cominciato a descrivere le prime quattro differenze con un’altra forma di psicoterapia, la Terapia Cognitivo-Comportamentale (clicca qui).

Oggi concludiamo il discorso, vedendo le ultime quattro differenze.

5. Normalità e non-normatività

Molte Terapie Brevi generalmente non si rifanno a dei concetti assoluti e precostituiti di “normalità”. Evitano, cioè, di identificare un modo di essere (pensieri, comportamenti ecc.) che sia “normale”, “sano”, “giusto” ecc., e a cui le persone idealmente devono aderire per poter stare bene.

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Teoria dell’attaccamento Bowlby

Per esempio, alcune Terapie Cognitivo-Comportamentali degli ultimi decenni fanno riferimento alla Teoria dell’attaccamento di John Bowlby. Idealmente, seguendo questa teoria, il paziente deve arrivare a realizzare quello che viene definito un “attaccamento sicuro”. Uno degli scopi della terapia sarà quindi questo.

Un altro esempio può essere quello di alcuni che, invece, mirano a far risolvere il “conflitto edipico”.

Le Terapie Brevi non teorizzano “mete” di questo genere, che il paziente deve raggiungere per considerarsi “sano”, “guarito” o “normale”. Possono semmai rifarsi al concetto di “funzionalità”, identificando comportamenti e atteggiamenti che, nel presente, non stanno funzionando (sono responsabili, cioè, del disagio o della sofferenza che il paziente riporta al terapeuta) e che perciò meritano di essere cambiati.

Accanto a questo, molte Terapie Brevi ritengono che l’esperto sia il cliente: è lui che può dirci qual è la sua definizione di “stare bene” – noi, semmai, possiamo aiutarlo a trovare questa sua definizione.

Ovviamente il terapeuta breve non lascia totalmente da parte le sue idee. Se dovesse ritenere che alcuni comportamenti o atteggiamenti non siano di aiuto per la persona, o possano essere fonte di sofferenza per lei o per chi gli è accanto, glielo farà notare.

6. Diagnosi nosografica vs diagnosi operativa

Quando un terapeuta dice: “Lei ha un disturbo bipolare” o “Lei soffre di un disturbo somatoforme”, sta ponendo una diagnosi.
In particolare, questo tipo di diagnosi viene definita “diagnosi nosografica”.

È molto simile alla diagnosi medica: suppone, cioè, che i disturbi psicologici siano descrivibili in categorie distinte, composti da segni e sintomi caratteristici. Per fare un esempio, la diagnosi di “depressione” corrisponde a una serie di segni e sintomi, che la distinguono dalla diagnosi di “anoressia”, che ha una serie di segni e sintomi diversi (naturalmente alcuni possono essere comuni ad entrambe).

La Terapia Cognitivo-Comportamentale si rifà molto a questo tipo di diagnosi e, più in generale, utilizza spesso delle diagnosi “categoriali” (cioè che, come appena visto, identificano delle categorie-disturbi composte da una serie di segni e sintomi).

Le Terapie Brevi, invece, spesso non si rifanno alla diagnosi nosografica; quantomeno non a scopo di intervento.

Molte preferiscono invece un tipo di diagnosi che, in certi casi, è stata definita “diagnosi operativa”. Si tratta di una diagnosi che si interessa a “come funziona il problema”. Non sono cioè interessate a categorizzare il problema della persona in una o nell’altra etichetta, rilevando un insieme di segni e sintomi. Preferiscono invece identificare (e far identificare alla persona) quei meccanismi (comportamenti, atteggiamenti, pensieri, rappresentazioni ecc.) che mantengono in vita il problema e/o quelli che possono sbloccarlo.

Alcune addirittura non si focalizzano sugli aspetti problematici (pur non negandoli e tenendoli d’occhio, come spiegato nel punto precedente), ponendo la propria attenzione e quella della persona sulle soluzioni.

Attenzione: un buon terapeuta breve conosce anche il sistema di diagnosi nosografica. Essendo il più utilizzato al mondo, si tratta del linguaggio con cui vengono più comunemente descritti i problemi e i suoi studi, ed è quello su cui il terapeuta, essendo uno psicologo, si è formato già a partire dagli studi Universitari. Semplicemente, in terapia privilegia un diverso sistema di lavoro.

7. Il terapeuta è l’esperto vs Il paziente è l’esperto

Questo punto, già accennato, è in realtà più presente in alcune Terapie Brevi che in altre (ad esempio nella Terapia Breve Centrata sulla Soluzione, che ho studiato a Londra). Possiamo però dire che, in diverse forme, fa parte del modo di vedere le cose di diversi approcci di Terapia Breve.

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Considerare il paziente, o meglio ancora, la persona, come l’esperta della propria vita

Si tratta del fatto di considerare il paziente, o meglio ancora, la persona, come l’esperta della propria vita e anche dei propri problemi e delle proprie soluzioni. È un po’ la summa di quanto detto finora nei punti precedenti.

È un punto molto più complesso di quello che sembra, ed è facile fraintenderlo.

Semplificando, quando si dice che “il paziente è l’esperto” si intende che il terapeuta non si pone come colui che “sa cosa è giusto per lui”. Quest’ultimo è piuttosto un “facilitatore”, che deve aiutare la persona a definire i propri problemi, a individuare le proprie risorse, a bloccare i meccanismi disfunzionali e via dicendo.

Altre terapie, come la Terapia Cognitivo-Comportamentale, privilegiano una posizione in cui l’esperto è, appunto, il terapeuta. È lui che sa come funziona il problema della persona e che sa cosa serve per sbloccarla, e il paziente deve collaborare seguendo l’impostazione terapeutica prevista.

Nelle Terapie Brevi, invece, si cerca di privilegiare una co-costruzione del trattamento, e un adattamento di quest’ultimo alle esigenze, ai bisogni, alle necessità e ai peculiari modi di collaborare di ogni singola persona.

Attenzione: anche in questo caso, il terapeuta breve (che, ricordiamolo, è sempre uno psicologo), ha tutti gli strumenti e le competenze per aiutare le persone a definire il proprio obiettivo; conosce e approfondisce le ricerche e gli studi principali sul funzionamento di determinate problematiche, ecc.

In altre parole, non è affatto inesperto: è a tutti gli effetti l’esperto del settore (la psicopatologia e la psicoterapia), grazie agli studi fatti (la Laurea in Psicologia, in primis, e le formazioni specialistiche successive). Semplicemente, durante la terapia, sceglie di assumere una posizione che favorisca la posizione del paziente quale “esperto della propria vita”.

8. Problemi vs Soluzioni

Le Terapie Cognitivo-Comportamentali sono terapie “orientate al problema”. Si tratta cioè di terapie che cercano di capire come funziona il problema e che vanno a smontarlo pezzo per pezzo, ad esempio chiedendo alla persona di mettere in discussione i pensieri problematici o di cambiare i comportamenti disadattivi.

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Molte Terapie Brevi, invece, sono più o meno “focalizzate sulle soluzioni”.

Molte Terapie Brevi, invece, sono più o meno “focalizzate sulle soluzioni”. Significa che orientano parte o persino tutto il loro lavoro su ciò che funziona, sulle competenze della persona, sulle sue risorse, i suoi punti di forza, le capacità che le hanno permesso di fronteggiare fino a quel momento il problema e/o quelle che, coltivate, le permetteranno di superarlo definitivamente.

C’è da dire che anche alcune Terapie Brevi sono più orientate al problema (ma naturalmente tutte le altre differenze con la TCC rimangono); altre prevedono delle fasi orientate al problema e delle fasi focalizzate sulle soluzioni (come ad esempio la Terapia Breve Strategica); altre ancora, invece, sono completamente focalizzate sulle soluzioni (come la Terapia Breve Centrata sulla Soluzione).

Conclusioni

Sono sicuro che ci saranno molti altri punti di differenza tra la Terapia Breve e la Terapia Cognitivo-Comportamentale. Inoltre, come detto, esistono le Terapie Brevi e le Terapie Cognitivo-Comportamentali, e questo porta ad ulteriori differenze – e similitudini.

Tuttavia, penso che i punti visti qui e nel precedente articolo possano dare un’idea di massima su alcune differenze importanti e facilmente generalizzabili.

Se vuoi saperne di più posso consigliarti il bel libro “Psicoterapie brevi. Principi e pratiche”, di Michael Hoyt (clicca qui). Fa parte della collana Brief Therapies, di CISU Editore, di cui sono direttore, ed è un ottimo modo per avvicinarsi di più alle Terapie Brevi.

Dr Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Terapia Breve
Terapia Seduta Singola

Ipnosi

 

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