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Home - Blog - L’Odissea di Nolan e le Terapie Brevi: il viaggio verso casa attraverso l’ospitalità, il dolore e il cambiamento

L’Odissea di Nolan e le Terapie Brevi: il viaggio verso casa attraverso l’ospitalità, il dolore e il cambiamento

  • Settembre 2, 2026
  • flaviocannistra

Ci sono viaggi che cominciano quando una nave lascia il porto e altri, forse ancora più importanti, che iniziano molto prima, nel momento in cui ci accorgiamo che la strada che abbiamo percorso per proteggerci, per sopravvivere, per sentirci al sicuro o semplicemente per non soffrire più, è diventata lentamente la stessa strada che ci tiene lontani dalla vita che desideriamo.

Ed è proprio in questo spazio, apparentemente lontano, ma in realtà profondamente vicino alla nostra esperienza quotidiana, che l’epica antica dell’Odissea incontra la psicologia contemporanea e, in particolare, quella prospettiva delle Terapie Brevi che ci invita a osservare non soltanto ciò che ci è accaduto, ma anche ciò che continuiamo a fare, nel presente, nel tentativo di risolvere ciò che ci fa soffrire.

L’Ulisse raccontato da Christopher Nolan è, in questo senso, una figura straordinariamente contemporanea, perché è l’uomo dell’ingegno, colui che ha saputo trasformare l’intelligenza in strategia, la strategia in vittoria e la vittoria in uno dei più celebri inganni della storia; e tuttavia, proprio mentre scopre che l’ingegno può permettere all’uomo di conquistare ciò che sembrava impossibile, scopre anche che esistono territori nei quali nessuna strategia è sufficiente, perché si può forse vincere una guerra attraverso un’idea geniale, ma non si può vincere contro il dolore semplicemente escogitando un modo più intelligente per non sentirlo.

È forse questa una delle grandi domande che il film lascia emergere e che la psicoterapia può raccogliere: che cosa accade quando la nostra capacità di trovare soluzioni, invece di liberarci, comincia a imprigionarci?

L’homo technicos e la violazione dell’ospitalità

L’homo technicos si è spinto troppo oltre, perché nel momento in cui l’intelligenza umana diventa soltanto strumento di conquista rischia di dimenticare ciò che rende quell’intelligenza propriamente umana, vale a dire la capacità di riconoscere nell’altro qualcuno che, pur essendo diverso da noi, appartiene alla medesima comunità dell’umano.

È qui che l’ospitalità assume un significato che va molto oltre la semplice cortesia.

Nell’universo dell’Odissea, l’ospitalità, la xenia, rappresenta una legge sacra, una forma di reciprocità attraverso la quale chi arriva da straniero viene accolto e protetto e chi accoglie riconosce nell’ospite una dignità che deve essere rispettata, proprio perché non possiamo sapere completamente chi sia colui che abbiamo davanti; l’ospite potrebbe essere un viandante, un amico, uno sconosciuto, persino un nemico, ma la sua vulnerabilità nel momento in cui attraversa la soglia della nostra casa lo rende degno di protezione.

E c’è qualcosa di profondamente poetico nel fatto che, nella nostra lingua, la parola ospite possa indicare tanto colui che accoglie quanto colui che viene accolto, come se la lingua stessa avesse conservato la memoria di una verità che la cultura contemporanea rischia talvolta di dimenticare: quando apriamo la porta all’altro, non siamo semplicemente noi ad accogliere lui, perché, nel riconoscerlo come essere umano, accogliamo anche una parte della nostra stessa umanità che ci viene restituita attraverso il suo volto.

Accogliere l’altro significa, in qualche modo, accogliere ciò che di noi esiste in lui.

Ed è proprio per questo che la violazione dell’ospitalità è così terribile, perché non consiste soltanto nell’ingannare qualcuno che si è fidato di noi, ma nell’utilizzare contro di lui proprio quella fiducia che gli aveva permesso di abbassare le proprie difese.

Il cavallo di Troia diventa allora una metafora potentissima: un dono che contiene al proprio interno un inganno, un oggetto che si presenta con la forma dell’ospitalità mentre nasconde qualcosa che la ospitalità stessa dovrebbe impedire.

E allora la domanda che emerge è una domanda profondamente psicologica, perché riguarda il modo in cui utilizziamo le nostre capacità e, soprattutto, il rapporto tra intelligenza e responsabilità: se uso la tua fiducia per ingannarti, se utilizzo ciò che mi hai offerto per trovare un varco attraverso il quale ferirti, che cosa rimane della mia umanità nel momento in cui la mia intelligenza viene utilizzata contro l’altro?

È una domanda che riguarda anche il modo in cui possiamo utilizzare la nostra intelligenza contro noi stessi.

Perché anche dentro di noi possiamo costruire dei cavalli di Troia.

Possiamo costruire strategie apparentemente innocue, ragionevoli, persino intelligenti, che entrano nella nostra vita con la promessa di proteggerci e che, lentamente, finiscono per occupare proprio quello spazio che avrebbero dovuto difendere.

Quando ciò che ci protegge comincia a farci soffrire

Chi soffre di ansia, per esempio, spesso non è una persona incapace di affrontare la propria paura, ma qualcuno che ha sviluppato una serie di strategie estremamente sofisticate per cercare di non incontrarla: controllare continuamente, chiedere rassicurazioni, prevedere ogni possibile scenario, evitare le situazioni considerate pericolose, cercare informazioni senza sosta, ripercorrere mentalmente ciò che è accaduto per trovare l’errore che avrebbe potuto essere evitato.

Allo stesso modo, chi teme di essere abbandonato può cercare continuamente conferme dell’amore dell’altro, chi ha paura di fallire può prepararsi in maniera ossessiva affinché nulla possa andare storto, chi teme di essere giudicato può evitare progressivamente le situazioni sociali e chi vive una forte insicurezza può cercare costantemente qualcuno che gli dica che va tutto bene.

Tutte queste strategie hanno qualcosa di profondamente comprensibile, perché nascono dal desiderio di stare meglio; il problema, tuttavia, può comparire quando quella stessa strategia viene ripetuta così tante volte da trasformarsi da risposta occasionale a modalità abituale di affrontare la realtà.

È uno dei concetti centrali della prospettiva strategica delle Terapie Brevi: ciò che mantiene un problema non coincide necessariamente con ciò che lo ha originato e, soprattutto, può essere costituito proprio da quelle tentate soluzioni attraverso le quali la persona cerca di risolverlo.

È un paradosso che può essere difficile da accettare, perché significa riconoscere che alcune delle cose che facciamo con le migliori intenzioni possono diventare, nel tempo, parte del problema.

L’ansioso controlla per sentirsi sicuro e, proprio perché il controllo gli offre un sollievo momentaneo, impara che per stare tranquillo deve controllare ancora; la persona che teme il rifiuto chiede rassicurazioni perché ha bisogno di sentirsi amata, ma più rassicurazioni riceve, più diventa dipendente dalla rassicurazione successiva; chi teme di fallire evita il rischio per proteggere la propria autostima e, proprio attraverso l’evitamento, finisce per non scoprire mai di poter affrontare ciò che teme.

Il problema, dunque, non è sempre ciò che sentiamo, ma può diventare il modo in cui cerchiamo disperatamente di non sentire ciò che sentiamo.

Ulisse e il prezzo dell’ingegno

Ulisse è l’uomo che ha costruito il cavallo di Troia, ma è anche l’uomo che, dopo averlo costruito, deve attraversare il mondo per confrontarsi con le conseguenze del proprio ingegno.

Il suo viaggio può essere letto allora come un progressivo incontro con ciò che l’intelligenza non è riuscita a risolvere: i mostri, la perdita, la nostalgia, la colpa, la solitudine e soprattutto la memoria di ciò che è accaduto.

Perché l’ingegno può permetterci di costruire strumenti straordinari, può consentirci di prevedere, organizzare, calcolare e controllare, ma arriva un momento nel quale ci troviamo davanti a qualcosa che non può essere risolto attraverso una strategia più sofisticata.

L’ingegno può costruire doni terribili, ma non può salvare l’anima. Ed è forse proprio per questo che Ulisse deve partire.

Il viaggio non è più soltanto geografico, ma psicologico: egli deve attraversare il mondo esterno perché, attraverso ciò che incontra fuori di sé, possa lentamente incontrare ciò che ha cercato di lasciare dentro di sé.

I mostri dell’Odissea diventano così anche metafore delle parti di noi che preferiremmo non vedere, perché spesso ciò che definiamo mostruoso negli altri ci costringe a interrogarci su ciò che accade quando anche noi, sotto la pressione della paura, della rabbia, della vergogna o del desiderio di sopravvivere, smettiamo di riconoscere l’umanità dell’altro.

Che cosa rende un mostro tale? Forse non soltanto la sua ferocia, ma la perdita della capacità di vedere nell’altro qualcuno che merita di essere riconosciuto.

E questa domanda torna ancora una volta all’ospitalità: il mostro è colui che divora l’ospite, ma l’uomo può diventare mostruoso anche quando trasforma l’altro in un oggetto, in un nemico, in un ostacolo o in qualcosa che deve essere controllato.

Calipso e il desiderio di dimenticare

In questo viaggio, Calipso rappresenta una delle immagini più affascinanti per comprendere il rapporto tra dolore, memoria ed evitamento.

Ulisse ama Calipso, ma ciò che rende quella permanenza così potente è forse proprio la possibilità di dimenticare che essa gli offre; sull’isola il tempo sembra sospendersi, la memoria può attenuarsi e il dolore può essere messo momentaneamente a tacere, permettendo all’eroe di vivere in uno spazio nel quale non deve confrontarsi continuamente con ciò che è stato.

Ed è proprio questa la caratteristica più insidiosa di alcune forme di fuga psicologica: non ci offrono necessariamente qualcosa di brutto, ma qualcosa che ci fa stare bene abbastanza da permetterci di non affrontare ciò che ci fa paura.

Possiamo rifugiarci nel lavoro, nel perfezionismo, nelle relazioni, nel controllo, nella ricerca continua di informazioni, nel telefono, nel pensiero incessante o persino nella necessità di capire tutto, perché talvolta anche la ricerca compulsiva di una spiegazione può diventare un modo raffinato per non entrare in contatto con ciò che proviamo.

Non è necessario demonizzare queste strategie, perché quasi sempre hanno una storia e una funzione; è invece importante chiedersi, con delicatezza, quando ciò che ci aiutava a sopravvivere ha cominciato a impedirci di vivere.

Questa è una domanda che può diventare centrale anche in un percorso di Terapia Breve.

Dalla domanda “perché?” alla domanda “che cosa succede quando?”

Quando una persona soffre, è naturale che desideri sapere perché.

Perché sono diventato così? Perché ho paura? Perché non riesco a fidarmi? Perché continuo a pensare a quella cosa? Perché mi comporto sempre nello stesso modo?

Sono domande legittime e, in molti percorsi psicologici, anche molto importanti; tuttavia, nelle Terapie Brevi si può scegliere di affiancare alla ricerca delle cause un’altra prospettiva, più orientata al presente e al funzionamento concreto del problema, chiedendosi che cosa succede quando il problema compare e, soprattutto, che cosa faccio io per cercare di risolverlo.

È una piccola variazione nella domanda, ma può produrre un grande cambiamento nel modo di guardare la propria sofferenza.

Se, per esempio, una persona dice “ho paura di perdere il controllo”, possiamo esplorare cosa accade concretamente quando quella paura compare: che cosa fa, che cosa evita, che cosa controlla, chi cerca, quali rassicurazioni domanda, quali pensieri ripete e quale sollievo ottiene immediatamente dopo.

A quel punto può diventare visibile una sequenza che prima sembrava soltanto caos.

Paura → controllo → sollievo → nuova paura → nuovo controllo.

Oppure:

Paura del rifiuto → richiesta di rassicurazione → rassicurazione → sollievo → nuovo dubbio → nuova richiesta.

Quando una persona riesce a vedere questa sequenza, qualcosa cambia, perché il problema smette lentamente di apparire come una creatura misteriosa che vive dentro di lei e comincia a diventare un processo osservabile, sul quale è possibile intervenire.

Telemaco: crescere senza aspettare che qualcun altro ci salvi

Se Ulisse rappresenta il viaggio dell’uomo che deve tornare a casa, Telemaco rappresenta forse il viaggio di chi deve imparare a diventare se stesso anche quando la persona che avrebbe dovuto esserci non c’è stata.

Telemaco conosce suo padre attraverso le storie degli altri e, proprio perché non può semplicemente ricevere da lui tutte le risposte di cui avrebbe avuto bisogno, deve costruire il proprio percorso, incontrare persone, ascoltare racconti, attraversare la propria esperienza e, progressivamente, smettere di essere soltanto il figlio che aspetta.

Questa immagine può parlare a molte persone che arrivano in terapia portando con sé una lunga attesa: l’attesa che qualcuno finalmente riconosca il loro dolore, che un genitore comprenda ciò che è accaduto, che un partner cambi, che qualcuno torni, che il passato possa essere riscritto.

Talvolta il lavoro terapeutico non consiste nel rendere possibile ciò che non dipende da noi, ma nel permettere alla persona di smettere di costruire il proprio futuro intorno all’attesa che qualcun altro faccia ciò che non ha fatto.

Questo non significa negare il dolore, né significa perdonare necessariamente qualcuno, dimenticare ciò che è successo o convincersi che tutto accade per una ragione; significa riconoscere che esiste una parte della nostra vita che appartiene al passato e una parte che, invece, possiamo ancora contribuire a costruire.

Telemaco non deve diventare Ulisse.

Deve diventare Telemaco.

Ed è forse questa una delle forme più profonde di guarigione: non diventare la persona che avremmo dovuto essere per soddisfare le aspettative di qualcun altro, ma scoprire chi possiamo essere a partire dalla nostra storia reale.

Un piccolo esercizio: osservare il proprio cavallo di Troia

Un primo esercizio, semplice ma spesso molto rivelatore, consiste nel prendere un episodio recente nel quale abbiamo sofferto e provare a ricostruirlo senza giudicarci, come se fossimo osservatori curiosi della nostra stessa esperienza.

Possiamo chiederci: che cosa è successo, quale emozione è comparsa, che cosa ho fatto immediatamente dopo per cercare di stare meglio, quale effetto ha avuto quella mia reazione nell’immediato e che cosa è accaduto qualche ora o qualche giorno dopo?

È importante distinguere il sollievo immediato dall’effetto a lungo termine, perché una strategia può funzionare benissimo nel breve periodo e, proprio per questo, diventare particolarmente difficile da abbandonare, pur producendo conseguenze negative nel tempo.

Se controllo e mi sento immediatamente più tranquillo, il controllo viene rinforzato.

Se evito e la paura diminuisce, l’evitamento viene rinforzato.

Se chiedo rassicurazioni e per qualche minuto mi sento meglio, imparo che la rassicurazione è necessaria.

Il punto non è dunque accusarsi di fare “la cosa sbagliata”, ma scoprire quale funzione svolge ciò che facciamo e se quella funzione ci sta ancora aiutando.

È come guardare il cavallo di Troia da vicino e domandarsi, finalmente, cosa contiene.

Cercare le eccezioni: quando il problema non vince

Un altro principio molto prezioso, particolarmente presente negli approcci brevi orientati alla soluzione, consiste nel cercare quei momenti nei quali il problema è meno presente, meno intenso o non riesce a determinare completamente il nostro comportamento.

Potremmo chiederci, per esempio, “Quando riesco a fare qualcosa di diverso da quello che faccio normalmente?”, oppure “In quali situazioni questa difficoltà ha meno potere su di me?”.

Potremmo scoprire che esistono momenti nei quali riusciamo a non controllare, persone con cui riusciamo a sentirci al sicuro, giornate nelle quali l’ansia non prende completamente il sopravvento o situazioni nelle quali abbiamo già fatto qualcosa che pensavamo di non essere capaci di fare.

Queste eccezioni non sono dettagli insignificanti. Sono tracce.

Sono piccoli frammenti di esperienza che possono mostrarci che il problema non è sempre presente nello stesso modo e che, quindi, anche noi non siamo sempre la stessa persona davanti al problema.

La terapia può partire proprio da lì, non necessariamente da ciò che non funziona, ma da ciò che, anche soltanto per un istante, ha già funzionato.

Il cambiamento non deve essere enorme

Quando siamo molto stanchi, l’idea di cambiare vita può sembrare un’impresa impossibile, soprattutto perché immaginiamo il cambiamento come una trasformazione radicale che dovrebbe renderci improvvisamente capaci di fare ciò che oggi non riusciamo a fare.

Gli approcci brevi, invece, possono aiutare a lavorare su piccole differenze osservabili, perché spesso una variazione apparentemente minima nel comportamento può modificare progressivamente il modo in cui una persona percepisce se stessa e la propria realtà.

Se controllo dieci volte, potrei osservare cosa accade quando, in una situazione adeguata e concordata con il terapeuta, controllo nove volte; se chiedo immediatamente una rassicurazione, posso imparare a tollerare un piccolo intervallo prima di farlo; se evito completamente una situazione, posso cercare il più piccolo comportamento che rappresenti un avvicinamento, purché sia compatibile con le mie condizioni e con una valutazione clinica appropriata.

Non si tratta di forzarsi a fare qualcosa di insostenibile e non significa che una persona debba affrontare da sola situazioni particolarmente dolorose o rischiose; significa piuttosto imparare che il cambiamento può iniziare da una piccola deviazione rispetto al solito, perché, quando interrompiamo anche solo in parte una sequenza che si ripete da tempo, possiamo cominciare a produrre un’esperienza nuova.

E una nuova esperienza, quando viene vissuta abbastanza volte, può diventare una nuova possibilità.

La terapia come luogo di ospitalità

Ed è forse qui che il tema dell’ospitalità ritorna, chiudendo il cerchio.

Perché una persona che entra nello studio di uno psicologo spesso arriva come uno straniero che attraversa una terra sconosciuta, portando con sé una storia che non sa ancora come raccontare, pensieri di cui si vergogna, emozioni che teme di non poter controllare, comportamenti che giudica incomprensibili e, talvolta, la convinzione dolorosa di essere diventata una persona sbagliata.

La relazione terapeutica dovrebbe poter rappresentare, almeno in parte, uno spazio di ospitalità, nel quale l’altro possa essere accolto senza essere ridotto al proprio sintomo, alla propria diagnosi, al proprio errore o alla propria paura.

Accogliere non significa giustificare ogni comportamento e non significa rinunciare alla responsabilità; significa poter guardare ciò che una persona fa cercando di comprenderne la funzione, perché soltanto quando smettiamo di vergognarci abbastanza da poter osservare il nostro comportamento diventa possibile modificarlo.

È per questo che una terapia autenticamente accogliente non dovrebbe chiedere soltanto: “Perché fai questo?”, ma anche: “Che cosa stavi cercando di proteggere quando hai iniziato a farlo?”

Forse, dietro un controllo apparentemente eccessivo, c’era una persona terrorizzata dall’incertezza.

Forse, dietro una richiesta continua di rassicurazioni, c’era qualcuno che aveva imparato a non sentirsi abbastanza.

Forse, dietro l’evitamento, c’era una persona che aveva avuto così tanta paura di fallire da convincersi che non provare fosse meno doloroso che perdere.

Comprendere questo non significa rimanere immobili.

Al contrario, significa creare le condizioni perché il cambiamento possa avvenire senza trasformarsi in un’altra forma di violenza contro se stessi.

Tornare a Itaca

Forse, alla fine, Itaca non è semplicemente un luogo al quale tornare, ma la possibilità di riconoscersi nuovamente come abitanti della propria vita.

È il momento nel quale non abbiamo più bisogno di controllare ogni onda per sentirci al sicuro, perché abbiamo imparato che il mare non può essere completamente controllato; è il momento nel quale la paura può ancora esserci, ma non deve necessariamente avere il timone; è il momento nel quale possiamo ricordare senza essere divorati dal ricordo, amare senza trasformare l’amore in una richiesta continua di rassicurazione e affrontare l’incertezza senza pretendere che la vita ci garantisca in anticipo che non soffriremo.

Le Terapie Brevi possono essere d’aiuto proprio quando una persona sente di essere rimasta intrappolata in una modalità di funzionamento che, pur avendo avuto una funzione protettiva, oggi sembra non permetterle più di vivere come vorrebbe, perché il lavoro terapeutico può aiutare a individuare i meccanismi che mantengono la difficoltà, interrompere progressivamente le tentate soluzioni che non funzionano più e valorizzare quelle risorse, quelle eccezioni e quelle capacità che la persona possiede già, ma che magari il problema ha reso temporaneamente invisibili.

Naturalmente, non esiste una terapia breve adatta a ogni persona o a ogni situazione, e la scelta del percorso terapeutico, così come la sua durata, richiede una valutazione professionale; la brevità, infatti, non dovrebbe mai significare superficialità, ma piuttosto focalizzazione, chiarezza degli obiettivi e attenzione a ciò che può produrre un cambiamento significativo nella vita concreta della persona.

Perché forse non sempre abbiamo bisogno di attraversare tutto il mare prima di poter cambiare rotta.

A volte abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a guardare la mappa con occhi nuovi, proprio mentre siamo ancora sulla nave, e che ci accompagni a riconoscere quel particolare punto nel quale, senza accorgercene, abbiamo iniziato a remare contro noi stessi.

Forse il vero viaggio di Ulisse non consiste allora soltanto nel tornare a Itaca, ma nel comprendere, dopo aver attraversato mostri, guerre, perdite, inganni e tentazioni, quale prezzo abbia avuto il suo stesso ingegno e quale parte di sé debba finalmente essere accolta per poter tornare a casa.

E forse anche il nostro viaggio psicologico comincia quando smettiamo di domandarci soltanto come fare per eliminare il dolore e iniziamo a chiederci quale rapporto abbiamo costruito con quel dolore, quali strategie utilizziamo per non sentirlo e se, nel tentativo di proteggerci, non abbiamo finito per costruire noi stessi il cavallo di Troia che continuiamo a portare dentro la nostra casa.

Perché guarire non significa necessariamente tornare indietro, né cancellare ciò che è stato, né diventare finalmente invulnerabili; significa piuttosto poter abitare la propria storia con una libertà maggiore, riconoscendo ciò che non possiamo cambiare e imparando, con pazienza e con il sostegno necessario, a modificare ciò che invece possiamo ancora trasformare.

E forse, dopo tanto mare, la vera Itaca è proprio questa: il luogo interiore nel quale possiamo finalmente accogliere noi stessi senza dover più combattere contro ogni parte di ciò che siamo.

Dr Flavio Cannistrà

Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy

co-Direttore dell’Istituto ICNOS

Terapia Breve

Terapia a Seduta Singola

Ipnosi

Bibliografia

Cannistrà F., Piccirilli F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Roma: Giunti.

Cannistrà F., Piccirilli F. (2021). Terapia Breve Centrata sulla Soluzione. Principi e pratiche. Roma: EPC editore.

Hoyt M. F, Cannistrà F. (2023). Conversazioni di Terapia Breve. Esplorando interventi efficaci in psicoterapia. Roma: EPC Editore

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