Ci sono momenti nella vita in cui la sofferenza psicologica sembra occupare ogni spazio disponibile, come se i pensieri fossero diventati troppo numerosi, l’ansia avesse appoggiato un peso sul petto e la tristezza avesse lentamente spento la luce anche nelle cose che, fino a poco tempo prima, riuscivano a regalarci un po’ di sollievo. Proprio in questi momenti, quando l’idea di affrontare un percorso lungo e impegnativo può sembrare quasi un ulteriore ostacolo da superare, può essere importante ricordare che non sempre, per cominciare a stare meglio, è necessario cambiare tutto, perché talvolta il cambiamento può iniziare da qualcosa di molto più piccolo, da una domanda diversa, da un nuovo modo di osservare ciò che ci sta accadendo o da un comportamento apparentemente semplice che, inserito nel momento giusto, può interrompere un circolo vizioso.
È questa, in fondo, una delle intuizioni che attraversano il lavoro di Jessica Schleider e il suo libro Little Treatments, Big Effects, nel quale la riflessione sugli interventi psicologici brevi nasce da una domanda particolarmente importante per il futuro della salute mentale: se la sofferenza psicologica è così diffusa e se, nonostante gli enormi progressi della psicologia, della psicoterapia e della ricerca scientifica, molte persone continuano a non riuscire ad accedere tempestivamente a un aiuto qualificato, possiamo immaginare forme di sostegno che siano brevi, accessibili, scientificamente fondate e sufficientemente mirate da poter produrre un cambiamento significativo anche in un tempo limitato?
La domanda non nasce dal desiderio di rendere la psicoterapia più veloce, né dalla convinzione che i problemi psicologici possano essere affrontati con soluzioni semplicistiche, ma dalla necessità di ampliare le possibilità di cura, perché non tutte le persone hanno bisogno dello stesso tipo di intervento, nello stesso momento e per la stessa durata, e perché accanto ai percorsi psicoterapeutici più lunghi possono esistere interventi circoscritti che, quando vengono scelti e utilizzati in modo appropriato, possono rappresentare un primo sostegno prezioso.
La sofferenza psicologica non è nuova, ma il bisogno di cura continua a crescere
La sofferenza psicologica accompagna l’essere umano da sempre, anche se nel corso della storia abbiamo imparato a descriverla attraverso linguaggi differenti, a comprenderne progressivamente i meccanismi e a sviluppare strumenti sempre più sofisticati per poterla affrontare; ciò che oggi appare evidente, tuttavia, è che, nonostante i grandi investimenti nella ricerca e nei servizi di salute mentale e nonostante la presenza di professionisti altamente qualificati, l’accesso a un aiuto psicologico adeguato rimane una delle grandi sfide del nostro tempo.
Esistono persone che attendono a lungo prima di poter incontrare uno psicologo o uno psicoterapeuta, persone che non possono sostenere economicamente un percorso prolungato, persone che vivono in luoghi nei quali i servizi disponibili sono insufficienti e persone che, pur sperimentando una difficoltà reale e significativa, non sentono di aver bisogno, almeno in quel momento, di un percorso terapeutico lungo e strutturato; in tutte queste situazioni, pensare a interventi psicologici brevi e a seduta singola significa provare ad ampliare la porta d’ingresso alla cura, senza necessariamente sostituire ciò che già esiste, ma aggiungendo possibilità.
Questo punto è importante perché parlare di Terapie Brevi non significa affermare che una psicoterapia di lunga durata sia inutile o che possa essere sostituita in ogni circostanza da pochi incontri, dal momento che esistono situazioni nelle quali un percorso approfondito e continuativo è non soltanto indicato, ma profondamente trasformativo; significa, piuttosto, riconoscere che la cura psicologica può assumere forme differenti, e che talvolta un intervento breve può essere esattamente ciò di cui una persona ha bisogno per affrontare una difficoltà specifica, ritrovare un po’ di orientamento o compiere il primo passo verso un percorso più ampio.
Breve non significa superficiale
Forse una delle idee più importanti da comprendere quando si parla di Terapie Brevi è che la durata di un intervento non coincide necessariamente con la sua profondità, perché una seduta può essere breve nel tempo e, allo stesso tempo, molto significativa per la persona che la vive, soprattutto quando riesce a concentrarsi su ciò che mantiene attiva la sofferenza e ad aprire uno spazio nel quale possano emergere nuove possibilità.
Immaginiamo, per esempio, una persona che da mesi continua a ripensare a un errore commesso, chiedendosi continuamente che cosa avrebbe potuto fare diversamente e utilizzando quell’episodio come una sorta di prova permanente della propria inadeguatezza; in una situazione simile, può essere certamente importante comprendere la storia personale, le esperienze precedenti e il significato che quell’errore ha assunto nella vita della persona, ma può essere altrettanto utile osservare ciò che accade nel presente, cercando di comprendere come il problema viene alimentato giorno dopo giorno, attraverso il rimuginio, l’autocritica, l’evitamento o la continua ricerca di rassicurazioni.
Quando iniziamo a chiederci non soltanto “Perché mi succede?”, ma anche “Che cosa accade quando questo pensiero compare, che cosa faccio subito dopo e questa mia reazione mi aiuta davvero?”, qualcosa può cambiare, perché l’attenzione si sposta dalla ricerca infinita di una spiegazione alla possibilità concreta di intervenire sul processo che mantiene la difficoltà.
È un po’ come osservare una porta che continua a chiudersi: invece di limitarsi a chiedersi per quale ragione quella porta sia stata costruita proprio in quel modo, possiamo provare a capire quale meccanismo la faccia scattare e che cosa potrebbe essere modificato affinché, almeno una volta, rimanga aperta.
Non dobbiamo risolvere tutta la nostra vita in una volta sola
Quando soffriamo, soprattutto quando soffriamo da molto tempo, è comprensibile desiderare una soluzione definitiva, perché vorremmo poterci svegliare un mattino e scoprire che l’ansia è scomparsa, che la tristezza non fa più male, che i pensieri hanno finalmente smesso di rincorrersi e che tutto ciò che ci ha fatto soffrire appartiene ormai al passato; tuttavia, proprio questa aspettativa può diventare schiacciante quando ci troviamo in una fase di fragilità, perché ci porta a confrontare il punto in cui siamo con un’immagine ideale di dove vorremmo essere, facendoci sentire ancora più lontani.
Una prospettiva vicina al mondo delle Terapie Brevi può aiutarci allora a ridimensionare la domanda, non perché il nostro dolore sia piccolo, ma perché anche il cambiamento può avere bisogno di essere reso possibile attraverso passi che la nostra mente e il nostro corpo riescano realmente a sostenere.
Invece di chiederci “Come posso tornare completamente felice?”, possiamo domandarci “Che cosa potrebbe rendere questa giornata appena un po’ più abitabile?”; invece di pensare “Come posso eliminare completamente la mia ansia?”, possiamo chiederci “Che cosa potrei fare oggi che l’ansia mi sta impedendo di fare?”, mentre, quando la nostra vita ci sembra troppo lontana da quella che desideriamo, può essere più utile domandarci “Qual è il più piccolo passo che posso compiere nella direzione della vita che vorrei?”.
Queste domande non cancellano la sofferenza e non pretendono di convincerci che tutto andrà bene, ma possono trasformare un problema percepito come immenso in qualcosa che, almeno in parte, possiamo osservare, comprendere e affrontare.
Cercare le eccezioni quando sembra che il problema sia sempre presente
Quando una difficoltà dura a lungo, la mente tende facilmente a utilizzare parole assolute, attraverso le quali ciò che sta accadendo oggi sembra trasformarsi in una caratteristica permanente della nostra vita: “Sono sempre in ansia”, “Non riesco mai a stare bene”, “Mi sento sempre inadeguato”, “Non riesco mai a concentrarmi”.
Sono frasi comprensibili, soprattutto quando la sofferenza è intensa, ma possono diventare una gabbia se ci impediscono di vedere quelle piccole situazioni nelle quali il problema, anche soltanto per pochi minuti, è meno forte, meno frequente o meno determinante.
Per questo può essere utile chiedersi, con curiosità e senza cercare di forzare una risposta positiva, “Quando succede un po’ meno?”, perché magari scopriamo che l’ansia diminuisce quando camminiamo, che il bisogno di controllare diminuisce quando siamo con una persona di cui ci fidiamo, che il rimuginio si attenua quando siamo impegnati in un’attività concreta o che, in alcune giornate, riusciamo a sentirci leggermente più presenti.
Queste eccezioni non dimostrano che il problema non esista e non devono essere utilizzate per minimizzare ciò che stiamo vivendo; al contrario, possono offrirci informazioni preziose, perché ci permettono di osservare che cosa cambia quando la sofferenza cambia, anche solo per un breve periodo.
A volte, infatti, una piccola eccezione è come una finestra aperta in una stanza rimasta chiusa troppo a lungo: non cambia immediatamente l’intero ambiente, ma ci dimostra che l’aria può essere diversa.
Il cambiamento può cominciare da ciò che già funziona
Quando attraversiamo un periodo difficile, la nostra attenzione tende naturalmente a concentrarsi su ciò che manca, su ciò che non riusciamo a fare e su tutto quello che sembra essere andato storto, tanto che può diventare difficile riconoscere quelle risorse che, nonostante tutto, continuano a sostenerci.
Una domanda semplice, che appartiene alla logica di molti approcci brevi, può allora diventare particolarmente importante: “Che cosa sto già facendo che mi aiuta, anche solo un po’, a stare dentro questa situazione?”
Forse continuiamo ad andare al lavoro nonostante la fatica, forse abbiamo una persona alla quale riusciamo ancora a telefonare, forse usciamo a camminare quando sentiamo che i pensieri diventano troppo pesanti, forse abbiamo imparato a riconoscere alcuni segnali dell’ansia o, semplicemente, forse abbiamo avuto il coraggio di ammettere che abbiamo bisogno di aiuto.
Non dobbiamo trasformare queste piccole risorse in prove che “in fondo stiamo bene”, perché sarebbe ingiusto nei confronti della nostra sofferenza; possiamo, invece, considerarle tracce della nostra capacità di affrontare ciò che stiamo vivendo, ricordandoci che una persona può essere profondamente in difficoltà e, contemporaneamente, possedere risorse che meritano di essere riconosciute.
Chiedersi come sarebbe un piccolo miglioramento
Un’altra domanda molto concreta consiste nell’immaginare non una vita perfetta, ma un futuro nel quale il problema pesa appena un po’ meno.
Se domani ti svegliassi e scoprissi che la tua difficoltà è diminuita anche soltanto del dieci per cento, che cosa noteresti per prima cosa?
Forse ti alzeresti dal letto senza rimandare continuamente la sveglia, forse risponderesti a un messaggio che stai evitando da giorni, forse usciresti per una breve passeggiata, forse riusciresti a mangiare con maggiore tranquillità o forse trascorreresti un’ora senza controllare continuamente come ti senti.
La domanda è importante perché trasforma un obiettivo astratto, come “voglio stare meglio”, in comportamenti concreti e osservabili, che possono diventare piccoli esperimenti attraverso i quali scoprire che cosa ci aiuta realmente.
E quando qualcosa può essere sperimentato, può anche essere modificato.
Non serve fare un passo enorme
Quando siamo in difficoltà, anche un consiglio corretto può diventare pesante se richiede uno sforzo superiore alle nostre possibilità del momento, perché dire a una persona che si sente bloccata di “uscire dalla propria zona di comfort” può essere molto meno utile che aiutarla a individuare il passo più piccolo che sia realmente possibile compiere.
Se uscire di casa sembra impossibile, forse il primo passo può essere semplicemente vestirsi e aprire la porta; se parlare con qualcuno sembra troppo difficile, forse si può iniziare inviando un messaggio; se affrontare una situazione temuta appare insostenibile, si può cercare il primo gradino della scala invece di pretendere di arrivare immediatamente in cima.
Questo non significa evitare le difficoltà, ma costruire le condizioni affinché il cambiamento possa essere sostenibile, perché un piccolo passo realmente compiuto può essere psicologicamente molto più importante di un grande passo continuamente rimandato.
Le Terapie Brevi possono essere un primo ponte verso la cura
Gli interventi psicologici brevi possono essere particolarmente preziosi proprio perché, in alcune situazioni, possono rappresentare un ponte tra la sofferenza e la possibilità di ricevere aiuto, offrendo alla persona uno spazio nel quale fermarsi, mettere ordine, comprendere ciò che sta accadendo e individuare una direzione.
Possono essere utili quando esiste una difficoltà circoscritta sulla quale lavorare, quando si desidera interrompere un circolo vizioso, quando si ha bisogno di sperimentare strategie concrete oppure quando si vuole comprendere meglio quale tipo di sostegno possa essere più adatto.
Gli interventi a Seduta Singola, in particolare, partono dall’idea che anche un incontro intenzionalmente progettato possa avere valore, perché una persona non deve necessariamente raccontare tutta la propria vita affinché quell’incontro possa diventare significativo; talvolta ciò di cui ha bisogno, in quel momento, è trovare qualcuno che sappia ascoltarla con attenzione, aiutarla a mettere a fuoco ciò che sta accadendo e accompagnarla nell’individuazione di un possibile passo successivo.
È importante, tuttavia, ricordare che breve non significa universale, e che non tutte le situazioni possono o devono essere affrontate attraverso interventi di breve durata, perché quando la sofferenza è particolarmente intensa, persistente o complessa può essere necessario un percorso terapeutico più strutturato e continuativo.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere “Qual è la terapia più veloce?”, ma “Qual è il tipo di aiuto più adeguato per questa persona, in questo momento della sua vita?”.
Non devi aspettare di stare malissimo per chiedere aiuto
Forse una delle convinzioni più dolorose legate alla richiesta di aiuto è quella secondo cui dobbiamo arrivare al limite prima di poter dire che abbiamo bisogno di qualcuno, come se il nostro dolore dovesse diventare abbastanza grande, abbastanza visibile o abbastanza grave da meritare attenzione.
Ma la sofferenza non dovrebbe essere una gara.
Non è necessario crollare per avere il diritto di essere sostenuti.
Possiamo chiedere aiuto quando ci accorgiamo che qualcosa sta diventando troppo pesante, quando una difficoltà comincia a interferire con la nostra vita, quando ci troviamo a ripetere gli stessi schemi senza riuscire a interromperli o semplicemente quando sentiamo che, da soli, non riusciamo più a trovare una direzione.
In questo senso, un intervento breve può talvolta rappresentare proprio un primo passo, soprattutto per chi non è ancora pronto, non può o non desidera intraprendere immediatamente un percorso più lungo.
Piccoli trattamenti, grandi effetti
Il messaggio contenuto nell’idea di “Little Treatments, Big Effects” è prezioso perché ci invita a considerare il cambiamento psicologico con uno sguardo meno rigido, nel quale non tutto deve necessariamente accadere in grande per essere importante.
Una piccola esperienza può modificare una convinzione; una domanda può aprire una prospettiva; un comportamento nuovo può interrompere un’abitudine; un momento nel quale ci sentiamo realmente compresi può restituirci una parte della speranza che avevamo smesso di considerare possibile.
Non significa che la sofferenza possa essere cancellata con una formula, né che tutti i problemi possano essere risolti in poche sedute, ma significa riconoscere che il cambiamento umano non procede sempre attraverso grandi rivoluzioni, perché molto spesso comincia in modo discreto, quasi invisibile, attraverso un movimento così piccolo che inizialmente potremmo persino non accorgercene.
È come quando, dopo un lungo inverno, compare una prima gemma su un ramo: non è ancora primavera, e quella piccola presenza non può far fiorire immediatamente l’intero albero, ma ci racconta qualcosa di importante, perché dimostra che, sotto la superficie che sembrava immobile, qualcosa aveva continuato a prepararsi per ricominciare.
Forse è questo uno dei significati più profondi delle Terapie Brevi: non promettere che domani non avremo più difficoltà, ma aiutare una persona a scoprire che, anche dentro una situazione dolorosa, può esistere uno spazio nel quale qualcosa può muoversi.
Un piccolo spazio. Una possibilità. Un passo.
E quando ci sentiamo intrappolati, a volte è proprio da un piccolo spazio che possiamo iniziare a ritrovare la strada.
Non è necessario vedere tutta la strada per poter cominciare a percorrerla. A volte basta riuscire a vedere il prossimo passo.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Schleider, J. L. (2022). Little treatments, big effects: How tiny psychological interventions can produce big results. Yale University Press.