Ci sono persone che ascoltano con una profondità rara, capaci di accogliere le parole degli altri come si accoglie un ospite prezioso, con attenzione, delicatezza e rispetto. Sono quelle persone a cui amici, colleghi, partner e persino sconosciuti finiscono per confidare i propri pensieri più fragili, perché la loro presenza trasmette calma, comprensione e uno spazio sicuro dove poter essere visti e sentiti.
Eppure, paradossalmente, spesso queste stesse persone incontrano una grande difficoltà quando si tratta di parlare di sé, di portare la propria voce al centro della scena, di raccontare ciò che provano, ciò che desiderano, ciò che le attraversa interiormente.
È come se dentro di loro esistesse un mondo vastissimo, fatto di emozioni, riflessioni, intuizioni, sensibilità, ma come se la porta che conduce a quel mondo restasse socchiusa, trattenuta da una forza silenziosa che sussurra: “Non disturbare, lascia spazio agli altri.”
Questo fenomeno, molto più diffuso di quanto si pensi, non nasce da debolezza né da mancanza di personalità. Al contrario, spesso riguarda persone estremamente sensibili, empatiche e profondamente consapevoli degli altri.
Ma allora perché parlare di sé diventa così difficile?
Molto spesso la difficoltà di mettersi al centro e parlare di sé nasce molto presto nella storia personale di una persona, in momenti della vita in cui si impara, senza che nessuno lo dica esplicitamente, quale ruolo occupare nelle relazioni.
Alcune persone crescono in contesti in cui le emozioni degli altri occupano molto spazio: famiglie attraversate da tensioni, genitori molto impegnati, ambienti in cui essere “bravi”, comprensivi o discreti diventa il modo migliore per mantenere l’equilibrio. Così, quasi impercettibilmente, si sviluppa una straordinaria capacità: l’arte di ascoltare, di leggere tra le righe, di percepire gli stati d’animo altrui ancora prima che vengano pronunciati.
È come se queste persone diventassero, nel tempo, custodi silenziosi delle parole degli altri, ma mentre imparano ad accogliere il mondo emotivo di chi le circonda, spesso accade qualcosa di più sottile: il proprio spazio interiore resta poco esplorato insieme a qualcuno, poco condiviso, poco messo in luce. Non perché non esista, anzi, spesso è profondissimo, ma perché non è stato allenato a emergere.
Nel tempo questo può trasformarsi in una sensazione particolare: quando arriva il momento di parlare di sé, le parole sembrano rarefarsi, come se la mente cercasse un sentiero che non è stato percorso abbastanza spesso. E allora si torna, quasi naturalmente, al ruolo più familiare: quello dell’ascoltatore.
Il paradosso dell’ascoltatore: essere presenti per tutti, tranne che per sé
Chi è un grande ascoltatore sviluppa spesso una qualità rara: una presenza che accoglie senza giudicare.
Gli altri si sentono compresi, visti, accolti, ma proprio questa abilità può trasformarsi, lentamente, in una sorta di posizione relazionale stabile: gli altri parlano, si confidano, si aprono… mentre chi ascolta resta leggermente indietro, come se la propria storia potesse aspettare.
Con il tempo, questo può generare alcune sensazioni interiori sottili:
- la percezione di non avere davvero spazio per sé
- la difficoltà a chiedere attenzione
- un lieve imbarazzo quando il discorso si sposta su di sé
- la sensazione di non sapere da dove cominciare
È come se la propria voce interiore fosse sempre stata presente, ma non abituata a risuonare ad alta voce. Eppure, ogni persona possiede dentro di sé una narrazione unica che merita di essere raccontata.
Infatti qui entra in gioco il contributo prezioso delle Terapie Brevi, che si concentrano non tanto sull’analizzare all’infinito il passato, ma sul comprendere come funziona oggi una difficoltà e su come trasformarla concretamente.
Il ruolo delle Terapie Brevi: riaprire il dialogo con se stessi
Nel caso della difficoltà di parlare di sé o mettersi al centro, le Terapie Brevi lavorano con grande delicatezza su alcuni passaggi fondamentali.
Prima di tutto aiutano la persona a riconoscere il proprio schema relazionale: quel modo automatico, spesso inconsapevole, che la porta a dare spazio agli altri lasciando poco spazio a se stessa. Questa presa di consapevolezza non avviene attraverso giudizio o critica, ma attraverso una comprensione profonda e rispettosa della storia personale.
Successivamente il lavoro terapeutico introduce piccoli cambiamenti mirati, spesso sorprendenti per semplicità ed efficacia.
Infatti, invece di chiedere alla persona di trasformarsi radicalmente, cosa che potrebbe risultare artificiale o spaventosa, le Terapie Brevi aiutano a creare nuovi micro-movimenti relazionali:
- imparare gradualmente a dire qualcosa di sé prima di ascoltare l’altro
- allenarsi a esprimere un’opinione personale
- riconoscere e nominare un’emozione propria
- concedersi lo spazio di restare al centro della conversazione per qualche momento in più
Sono cambiamenti piccoli, quasi impercettibili, ma incredibilmente potenti, perché ogni volta che una persona porta la propria voce nel mondo, anche solo per pochi istanti, accade qualcosa di nuovo: la propria presenza diventa visibile anche a se stessi.
Ritrovare la propria voce: un viaggio verso il centro
Imparare a parlare di sé, per chi è stato a lungo un grande ascoltatore, non significa smettere di essere empatici o presenti per gli altri. Significa piuttosto aggiungere una nuova dimensione alla propria presenza.
È come se per molto tempo si fosse camminato lungo il bordo di un grande cerchio, osservando e sostenendo ciò che accade al centro; e a un certo punto, lentamente, con delicatezza, si scoprisse che anche il proprio posto può essere lì, nel cuore della scena della propria vita.
Le Terapie Brevi accompagnano proprio in questo movimento: non forzano, non stravolgono, non chiedono di diventare qualcun altro. Le Terapie Brevi aiutano invece a riconoscere ciò che già esiste dentro, a dare forma alle parole rimaste in silenzio, a permettere alla propria storia di emergere con naturalezza.
E spesso, in questo processo, accade qualcosa di sorprendente: chi ha sempre saputo ascoltare così bene gli altri scopre di poter ascoltare anche se stesso, con la stessa cura, la stessa attenzione, la stessa gentilezza.
Perché dentro ogni persona esiste un paesaggio interiore vasto e luminoso, fatto di pensieri, emozioni, sogni e possibilità e trovare la propria voce non significa altro che accendere una luce in quel paesaggio e iniziare finalmente a camminarci dentro.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Milano: Adriano Salani.
Rampin, M. (2014). Nel mezzo del casin di nostra vita. Milano: Ponte alle Grazie.
Sellin, R. (2015). Le persone sensibili sanno dire no. Milano: Feltrinelli.