Viviamo in un tempo nel quale il cambiamento sembra aver smesso di essere un evento occasionale per diventare, piuttosto, la condizione dentro cui siamo costantemente immersi e, mentre il cambiamento climatico modifica il rapporto con l’ambiente che ci circonda, le crisi economiche rendono più fragile quella sicurezza materiale sulla quale spesso abbiamo costruito i nostri progetti, le guerre riportano vicino a noi la paura della distruzione e della perdita e l’intelligenza artificiale introduce trasformazioni profonde nel modo in cui lavoriamo, comunichiamo e immaginiamo il nostro futuro, può accadere che la mente faccia sempre più fatica a trovare quel senso di stabilità che le consente di sentirsi al sicuro.
Non è necessario trovarsi direttamente dentro uno di questi eventi per esserne psicologicamente coinvolti, perché viviamo in una società nella quale le immagini, le notizie e le previsioni attraversano continuamente i nostri spazi personali, entrando nelle nostre case attraverso uno schermo e accompagnandoci anche nei momenti che un tempo erano naturalmente dedicati alla pausa, tanto che una guerra che si svolge a migliaia di chilometri, una crisi finanziaria che sembra lontana o una notizia relativa all’intelligenza artificiale possono diventare, nel giro di pochi secondi, qualcosa che la nostra mente percepisce come una minaccia da comprendere, prevedere e possibilmente controllare.
È così che l’incertezza del mondo può trasformarsi, lentamente, in un’incertezza interiore, che non sempre si presenta attraverso una grande crisi evidente, ma che può insinuarsi nella quotidianità attraverso un sonno più fragile, una maggiore irritabilità, una difficoltà a concentrarsi, un bisogno quasi irresistibile di controllare le notizie, una preoccupazione costante per il futuro o quella sensazione, difficile da raccontare agli altri, secondo cui qualcosa potrebbe andare storto anche quando, in quel preciso momento, nulla di grave sta accadendo.
In questi momenti può essere importante ricordare che non c’è nulla di sbagliato nel sentirsi disorientati quando il mondo intorno a noi diventa difficile da prevedere, perché una certa dose di paura, tristezza, rabbia o preoccupazione rappresenta una risposta comprensibile quando vengono meno punti di riferimento che avevamo considerato stabili.
Il problema nasce piuttosto quando la mente, nel tentativo di proteggerci, comincia a vivere permanentemente in anticipo rispetto alla realtà, cercando di prevedere ogni possibile pericolo e finendo così per consumare nel presente tutte le energie necessarie per affrontare ciò che il presente sta realmente chiedendo.
Quando il mondo cambia, la mente cerca sicurezza
La nostra mente ha bisogno di costruire mappe, perché attraverso le mappe possiamo orientarci in un territorio e, quando sappiamo più o meno che cosa aspettarci, possiamo utilizzare le nostre energie per vivere invece che per prepararci continuamente a sopravvivere.
Quando però il territorio cambia rapidamente, come sta accadendo in molti ambiti della nostra vita collettiva, può succedere che le vecchie mappe non siano più sufficienti e che ciò che prima ci permetteva di orientarci cominci a sembrarci improvvisamente incerto, così che il lavoro che avevamo sempre considerato sicuro, il futuro economico che avevamo dato per scontato, l’ambiente nel quale pensavamo sarebbero cresciuti i nostri figli o persino l’idea che avevamo del nostro ruolo professionale possono smettere di apparirci come punti fermi.
Il cambiamento climatico, per esempio, non rappresenta soltanto una questione ambientale, perché quando una persona percepisce che qualcosa di fondamentale per la propria sicurezza futura sta cambiando e che le conseguenze di quel cambiamento superano enormemente la possibilità di intervento individuale, può emergere un senso di impotenza che, se alimentato continuamente dall’esposizione alle notizie, rischia di trasformarsi in ansia, tristezza o in una dolorosa sensazione di perdita di controllo.
La stessa cosa può accadere davanti alle crisi economiche, perché dietro la paura di perdere il lavoro, di non riuscire a sostenere le spese o di non poter più garantire alla propria famiglia ciò che si desidera offrire, spesso non c’è soltanto una preoccupazione economica, ma una domanda molto più profonda che riguarda il senso di sicurezza, il valore personale e la possibilità di immaginare un domani nel quale sentirsi ancora capaci di scegliere.
E quando l’intelligenza artificiale entra nel mondo professionale, la domanda può diventare ancora più identitaria, soprattutto per chi ha costruito una parte importante della propria autostima intorno alle competenze che possiede, perché dietro la domanda apparentemente tecnica: “Il mio lavoro sarà sostituito?”, può nascondersi quella, molto più intima, di “Che cosa resterà di me se ciò che so fare non sarà più necessario?”.
Sono domande che non possono essere risolte semplicemente attraverso una maggiore quantità di informazioni, perché non tutto ciò che ci spaventa può essere reso sicuro attraverso la conoscenza, e proprio per questo la psicologia può avere un ruolo importante nell’aiutare le persone a distinguere ciò che possono controllare da ciò che possono soltanto influenzare e ciò che, invece, devono imparare ad attraversare senza pretendere di dominarlo.
Che cosa possono offrire le Terapie Brevi
È proprio in questo spazio che le Terapie Brevi possono rappresentare una possibilità preziosa, perché, pur attraverso approcci differenti e tecniche specifiche, condividono spesso l’attenzione per ciò che sta accadendo nel presente, per il modo in cui il problema viene mantenuto e per la possibilità di individuare cambiamenti concreti che possano restituire alla persona una maggiore capacità di movimento.
Essere accompagnati attraverso una Terapia Breve non significa, naturalmente, ricevere la promessa di stare bene in poche sedute o cercare una scorciatoia per evitare la complessità della sofferenza, perché “breve” non significa “semplice” e soprattutto non significa “superficiale”, significa piuttosto lavorare con una particolare attenzione alla direzione del percorso, cercando di comprendere quale cambiamento sia realmente significativo per quella persona e quali passi possano permetterle di uscire dalla posizione di immobilità nella quale il problema l’ha condotta.
In un mondo nel quale molte delle questioni che ci preoccupano sono enormi, collettive e apparentemente fuori dalla nostra portata, questo modo di lavorare può diventare particolarmente significativo, perché una terapia non può fermare una guerra, modificare da sola il clima del pianeta o prevedere come evolverà il mercato del lavoro, ma può aiutare una persona a ritrovare uno spazio di libertà psicologica all’interno di una realtà che non può controllare completamente.
È una differenza tutt’altro che piccola, perché quando sentiamo di non poter fare nulla tendiamo facilmente a passare dalla paura alla paralisi, mentre quando riusciamo a individuare anche un margine molto piccolo sul quale intervenire, quel margine può diventare il primo punto d’appoggio dal quale ricominciare a muoverci.
Non dobbiamo controllare tutto per stare meglio
Una delle domande che possono essere particolarmente utili quando ci sentiamo sopraffatti dagli avvenimenti esterni è molto semplice, anche se rispondere sinceramente può richiedere un certo coraggio:
“Che cosa, di tutto questo, dipende realmente da me?”. La domanda non serve a ridimensionare ciò che sta accadendo e nemmeno a convincerci che tutto sia sotto il nostro controllo, perché sarebbe una forma di negazione della realtà; serve, al contrario, a separare il territorio sul quale possiamo agire da quello sul quale, almeno per il momento, possiamo soltanto scegliere come stare.
Se una persona è preoccupata perché teme di perdere il lavoro, per esempio, potrebbe non essere in grado di controllare l’andamento dell’economia o le decisioni dell’azienda, ma potrebbe decidere di dedicare alcune ore alla settimana alla formazione, aggiornare il proprio curriculum, parlare con persone che lavorano in altri settori o iniziare a esplorare possibilità che fino a quel momento non aveva considerato.
Se invece la principale difficoltà riguarda l’angoscia provocata dalle notizie sul mondo, potrebbe essere utile osservare quanto tempo viene trascorso ogni giorno davanti agli aggiornamenti e sperimentare una modalità diversa di informarsi, nella quale l’informazione rimanga uno strumento e non diventi una forma di sorveglianza continua del pericolo.
E se ciò che ci preoccupa è il cambiamento climatico, potremmo chiederci quale comportamento concreto, per quanto piccolo, sia coerente con i nostri valori, ricordando che impegnarsi non significa assumersi la responsabilità individuale di risolvere un problema collettivo.
La differenza è sottile, ma psicologicamente enorme: non si tratta di smettere di preoccuparsi, ma di trasformare una parte della preoccupazione in possibilità di azione.
Dalla domanda “Come risolvo tutto?” alla domanda “Da dove posso cominciare?”
Quando una persona è in difficoltà tende spesso a formulare il proprio problema in termini assoluti, perché la sofferenza rende più difficile percepire le sfumature e può far sembrare che tutto debba cambiare contemporaneamente affinché qualcosa possa finalmente migliorare.
“Devo ritrovare la serenità.”, “Devo smettere di avere paura.”, “Devo capire che cosa succederà.”, “Devo risolvere il problema economico.”, “Devo tornare a essere quello di prima.”
Ma proprio quando la montagna sembra troppo alta, può essere utile smettere per un momento di guardare la vetta e osservare il prossimo passo possibile.
Una domanda tipica degli approcci orientati alla soluzione può essere trasformata, nella vita quotidiana, in qualcosa di molto concreto: “Se domani stessi anche solo un po’ meglio di oggi, che cosa noterei per primo?”
Forse ci si alzerebbe dal letto senza controllare immediatamente il telefono. Forse si riuscirebbe a lavorare per un’ora senza pensare continuamente al futuro. Forse si potrebbe parlare con il proprio partner senza riportare ogni conversazione alle preoccupazioni economiche. Forse si potrebbe trascorrere una serata senza leggere notizie. Forse si tornerebbe a fare qualcosa che prima dava piacere.
Quello che conta è che il cambiamento venga tradotto in un comportamento osservabile, perché quando sappiamo riconoscere concretamente ciò che desideriamo modificare diventa più facile accorgerci dei primi segnali che ci stiamo avvicinando alla direzione desiderata.
La domanda della scala: un modo per ritrovare le sfumature
Quando tutto sembra troppo, può essere difficile capire quanto stiamo realmente male e, soprattutto, può diventare quasi impossibile riconoscere ciò che, nonostante tutto, continua a funzionare.
Per questo una domanda semplice può diventare sorprendentemente utile:
“Se 0 significa ‘non riesco assolutamente a gestire questa situazione’ e 10 significa ‘riesco ad affrontarla con una sufficiente fiducia nelle mie capacità’, dove mi trovo oggi?”
Il valore della domanda non sta nel numero, perché la sofferenza non può essere realmente ridotta a una scala matematica, ma nel fatto che essa ci obbliga a uscire, almeno per un momento, dal pensiero assoluto.
Se una persona risponde “3”, per esempio, possiamo chiederci: “Che cosa fa sì che tu sia a 3 e non a 1?”
Ed è proprio qui che può comparire qualcosa che fino a quel momento era rimasto nascosto.
Forse quella persona continua ad andare al lavoro nonostante l’ansia, forse riesce ancora a parlare con qualcuno, forse trova qualche momento della giornata nel quale si sente meglio, forse continua a prendersi cura dei figli, forse riesce a dormire alcune ore, oppure semplicemente, nonostante tutto, ha avuto la forza di chiedere aiuto.
Quando siamo concentrati soltanto su ciò che manca, rischiamo di non vedere ciò che ci sta già sostenendo.
Le Terapie Brevi, soprattutto negli approcci orientati alla soluzione, prestano particolare attenzione proprio a queste risorse, non perché vogliano raccontarci che “va tutto bene”, ma perché ciò che continua a funzionare, anche in mezzo alla difficoltà, può diventare materiale prezioso per costruire il cambiamento.
Imparare a convivere con l’incertezza
Una delle grandi illusioni alle quali la mente può aggrapparsi nei periodi difficili è quella secondo cui, se pensassimo abbastanza, potremmo finalmente raggiungere una certezza completa.
Così controlliamo le notizie, analizziamo scenari economici, cerchiamo previsioni, leggiamo commenti, immaginiamo possibili conseguenze e torniamo continuamente sulla stessa domanda, nella speranza che il pensiero successivo riesca finalmente a produrre quella sicurezza che il pensiero precedente non aveva trovato.
Ma pensare non significa necessariamente risolvere, e soprattutto esiste una differenza profonda tra pensare per prepararsi e pensare per cercare una certezza impossibile.
Una domanda che possiamo rivolgerci quando ci accorgiamo che la mente sta girando in tondo è:
“Sto pensando a questo problema perché c’è qualcosa che posso ancora fare, oppure sto cercando una garanzia sul futuro che nessuno potrebbe darmi?”
Se c’è qualcosa che possiamo fare, possiamo farlo.
Se invece non c’è un’azione possibile in quel momento, può diventare necessario imparare a tollerare quella parte di incertezza senza alimentarla continuamente.
È un passaggio delicato, perché accettare di non sapere non significa arrendersi, così come smettere di controllare qualcosa non significa non averne cura.
Significa riconoscere che esiste una parte della vita che non può essere messa completamente in sicurezza e che, proprio per questo, la nostra energia può essere utilizzata meglio per costruire una maggiore capacità di attraversare ciò che non possiamo prevedere.
Anche l’informazione ha bisogno di confini
In passato il mondo entrava nella nostra quotidianità attraverso giornali, televisione e conversazioni, oggi, invece, il mondo può entrare nella nostra mente in qualunque momento, attraverso una notifica che compare mentre stiamo mangiando, un video che interrompe una conversazione o un titolo che leggiamo prima ancora di esserci completamente svegliati.
Il problema non è l’informazione in sé, perché essere informati è importante, ma la possibilità che l’informazione diventi una forma di esposizione continua a stimoli che il nostro sistema psicologico interpreta come segnali di allarme.
Per questo può essere utile sperimentare, per alcuni giorni, un piccolo cambiamento: scegliere due momenti specifici della giornata nei quali informarsi, evitando di controllare continuamente le notizie negli intervalli, e osservare successivamente che cosa accade al sonno, alla concentrazione, all’umore e alla qualità delle relazioni.
Se scopriamo che stare continuamente aggiornati non ci rende più capaci di agire, ma ci lascia soltanto più agitati, potremmo aver trovato una differenza importante tra informarsi e controllare compulsivamente.
Non dobbiamo smettere di guardare il mondo, possiamo, però, imparare a non tenere sempre aperta la porta dalla quale il mondo entra dentro di noi.
La Terapia Breve non cambia il mondo, ma può cambiare il modo in cui lo attraversiamo
Forse una delle ragioni per cui le Terapie Brevi possono essere particolarmente significative nel nostro tempo è che non ci chiedono necessariamente di aspettare che il mondo diventi stabile per poter stare meglio.
Perché, se aspettiamo che tutto sia finalmente sicuro, prevedibile e sotto controllo, rischiamo di rimandare indefinitamente la possibilità di vivere.
Il cambiamento climatico non scomparirà perché siamo riusciti a gestire meglio la nostra ansia.
Le guerre non finiranno perché abbiamo imparato a dormire.
L’economia non diventerà automaticamente stabile perché abbiamo ritrovato fiducia.
E l’intelligenza artificiale continuerà a trasformare il modo in cui lavoriamo, indipendentemente dalla nostra paura.
Ma possiamo cambiare il rapporto che abbiamo con ciò che accade, possiamo imparare a distinguere ciò che richiede un’azione da ciò che richiede accettazione, possiamo smettere di chiedere alla nostra mente di prevedere l’imprevedibile e possiamo costruire, passo dopo passo, una maggiore fiducia nella nostra capacità di affrontare ciò che arriverà.
È questo, forse, uno dei significati più profondi della resilienza: non diventare impermeabili alla tempesta, ma imparare a stare in piedi mentre piove.
Ritrovare una direzione quando la strada non è ancora visibile
Forse non possiamo sapere quale sarà il mondo tra dieci anni, e forse non possiamo nemmeno sapere con certezza quale forma avrà la nostra vita tra cinque; possiamo però imparare a non chiedere al futuro di offrirci oggi tutte le risposte che ancora non può darci.
Possiamo occuparci del prossimo passo, mentre il resto della strada rimane ancora nella nebbia.
Possiamo imparare a riconoscere ciò che già funziona, anche quando sembra troppo piccolo per avere importanza.
Possiamo concederci di essere preoccupati senza permettere alla preoccupazione di diventare la nostra unica forma di attenzione.
Possiamo informarci senza vivere permanentemente in allerta, impegnarci senza sentirci responsabili di tutto, progettare senza pretendere garanzie e chiedere aiuto senza vergognarci del bisogno di essere sostenuti.
Perché forse la salute psicologica, in un mondo che cambia così rapidamente, non consiste nel riuscire a prevedere la tempesta, ma nel sapere che cosa fare quando il vento cambia.
E forse una Terapia Breve può essere proprio questo: un luogo nel quale fermarsi per un momento, mentre fuori tutto continua a muoversi, per ritrovare le proprie coordinate, ascoltare ciò che sta accadendo dentro di noi e scoprire che, anche quando non possiamo scegliere il mare, possiamo ancora imparare a tenere il timone.
Dr Flavio Cannistrà
Co-Fondatore dell’Italian Center for Single Session Therapy
co-Direttore dell’Istituto ICNOS
Terapia Breve
Terapia a Seduta Singola
Ipnosi
Bibliografia
World Health Organization. (2022). Mental health and climate change: Policy brief. Geneva: WHO.
World Economic Forum. (2025). The Future of Jobs Report 2025. Geneva: World Economic Forum.